
Il WWF Italia si unisce alla Giornata Internazionale Rifiuti Zero o “Zero Waste Day” promossa dalle Nazioni Unite e rivolta oggi al settore tessile, uno dei responsabili dell’inquinamento globale

Zero Waste Day, da WWF e ONU stop ai vestiti inquinanti. E’ vero, siamo circondati da vestiti, ma a che prezzo? La Giornata Internazionale Rifiuti Zero, ci porta a dire stop allo spreco di tessuti che fanno male alla salute e all’ambiente, e alla Fast Fashion.
I numeri indicano che, ogni anno, solo l’Europa produce ben 7 milioni di tonnellate di rifiuti tessili, che ognuno di noi butta mediamente 16 kg di prodotti tessili ogni anno di cui solo 4 kg sono raccolti separatamente. Quasi 12 milioni di vestiti invece finiscono nei rifiuti indifferenziati, in discarica o vengono incenerite, generando un impatto devastante sull’ambiente, sprecando risorse preziose e inquinando il pianeta.
PFAS e microplastiche nei tessuti, le conseguenze: inquinamento e danni per la salute.
I vestiti contengono PFAS (composti chimici di sintesi, non presenti in natura, utilizzati in numerosi settori industriali e di consumo per le loro proprietà idrorepellenti e antimacchia) e microplastiche che avvelenano i nostri ecosistemi e minacciano la nostra salute. Sono considerati inquinanti eterni perché, una volta immessi in ambiente, non vengono degradati se non su scala temporale estremamente lunga, dando luogo a un’esposizione e accumulo negli organismi praticamente irreversibili.
Tutti noi abbiamo armadi che traboccano di questi tessuti, soprattutto derivati dalla “fast fashion“, ovvero “la moda veloce” che promuove la produzione e il consumo rapido di abbigliamento a basso costo. Quando vengono lavati, questi capi rilasciano PFAS che contaminano l’acqua potabile, gli ambienti interni e gli ecosistemi e mettendo a rischio tanto la fauna selvatica quanto la salute degli esseri umani.
Ogni lavaggio di capi sintetici rilascia milioni di microplastiche che finiscono nei fiumi, nei mari e nel nostro organismo.
Studi recenti hanno rilevato la presenza di queste particelle ovunque nel corpo umano: nei polmoni, nel sangue e nelle placche aterosclerotiche delle pareti arteriose, nel latte materno e persino nel cervello. L’esposizione a lungo termine ai PFAS indebolisce il sistema immunitario e si associa ad alterazioni del sistema endocrino.
Recentemente il PFOA è stato classificato come «cancerogeno per l’uomo» (Gruppo 1) e il PFOS come «possibile cancerogeno per l’uomo» (Gruppo 2B). Entrambe queste sostanze sono state messe al bando in UE (PFOS dal 2008, PFOA dal 2020), ma potrebbero essere presenti nei tessuti ancora in uso che sono stati venduti prima dell’entrata in vigore delle restrizioni.
“Continuiamo così, facciamoci del male” (cit.)
Una delle frasi famose di Nanni Moretti nel film Bianca si sposa perfettamente, anche se tristemente, in una situazione così. Infatti non solo vengono prodotti tanti tessuti (importati anche dai Paesi asiatici che spesso applicano una normativa meno restrittiva sulle sostanze chimiche rispetto ai produttori europei), ma soprattutto la maggior parte dei tessuti usati e raccolti nell’UE, compresi quelli contenenti PFAS, viene poi esportato in Africa e Asia dove vengono smaltiti o bruciati nell’ambiente locale con il pericolo di rilascio di queste sostanze.

Così bravi e gentili, anche se poco accoglienti, noi europei tendiamo a disfarci dei rifiuti tessili andando ad inquinare altri Paesi.
Il risultato è che tutti gli ecosistemi del Pianeta sono ormai contaminati da microplastiche, dalle profondità oceaniche alle vette delle montagne, dalle città alle zone più remote e isolate. A cominciare dal nostro Mar Mediterraneo che è tra le aree più inquinate al mondo da micro fibre tessili, con concentrazioni che minacciano la fauna marina e la biodiversità.
Non più rifiuti ma risorse. Le proposte del WWF Italia.
Il WWF Italia con la sua campagna “Our Future” lancia l’appello per passare dalla “cultura dello scarto” al saper rispettare i limiti di un solo pianeta. Un’occasione per riflettere.
Perché 16 kg di rifiuti tessili a persona ogni anno sono tantissimi e da molte parti ormai si ritiene indispensabile la trasformazione Circolare dell’Industria Tessile.

Moda sì ma senza sprechi significa un futuro senza rifiuti.
Il WWF Italia propone di trasformare i rifiuti tessili in risorse, attraverso un modello di economia circolare che riduca drasticamente l’impatto ambientale e crei un futuro più sostenibile.
In un’epoca in cui siamo circondati da vestiti, scarpe e accessori che non solo consumano risorse, ma producono enormi quantità di scarti, la soluzione sta nel ripensare il nostro approccio alla moda, seguendo tre semplici passi.
Ridurre e riparare
Acquistare meno e, quando lo facciamo, chiederci se quel capo nuovo ci serve davvero. Prendersi cura dei propri vestiti poi, lavandoli meno frequentemente e riparandoli, può far prolungare la loro vita, evitando così che diventino rifiuti prematuri. Negli ultimi 15 anni, si è ridotto del 36% il tempo di utilizzo di un vestito, un dato che dimostra l’urgenza di un cambiamento nelle abitudini di consumo.
Riutilizzare e riciclare
Acquistare abiti di seconda mano è un atto che prolunga la vita dei capi e riduce il bisogno di nuove risorse. In più, il WWF incoraggia l’adozione di pratiche di “upcycling” e riciclo dei tessili, trasformando i vecchi vestiti in nuovi materiali attraverso processi più ecologici e innovativi. Si stima che nel mondo meno dell’1% di tutti i tessuti venga riciclato, una cifra drammaticamente bassa che evidenzia la necessità di azioni più incisive. “In Italia, dal gennaio 2022, è obbligatoria la raccolta differenziata dei rifiuti tessili, ma il passo successivo è garantire che questi materiali vengano realmente trasformati in nuove risorse attraverso impianti di riciclo efficienti” sottolinea Eva Alessi, Responsabile Sostenibilità del WWF Italia “Serve incentivare il riuso e il riciclo con agevolazioni fiscali per le aziende che investono in modelli di economia circolare ed è necessario un obbligo normativo più stringente su eco-design e durabilità, per garantire capi più longevi e facilmente riciclabili, e il divieto di distruzione degli invenduti, incentivando il riutilizzo”.
Investire in produzione sostenibile
La produzione di una t-shirt di cotone, per fare un esempio, richiede ben 2.700 litri di acqua, una quantità enorme per un singolo capo. Un volume che una persona dovrebbe bere in due anni e mezzo. Inoltre, il cotone è la coltura agricola non alimentare che usa più pesticidi al mondo. L’industria tessile deve abbandonare i modelli lineari e adattarsi ad un sistema basato sulla circolarità. Deve investire in tessuti durevoli, realizzati con materiali ecologici e progettati per essere facilmente riparati e riciclati, puntando a ridurre l’uso di coloranti tossici e migliorando le tecnologie di trattamento delle acque reflue, per evitare che le fasi di produzione inquinino le nostre risorse naturali.
La Giornata Internazionale Rifiuti Zero e le proposte del WWF Italia rappresentano un’opportunità per riflettere sull’impatto dei nostri comportamenti di consumo e per promuovere un cambiamento verso un futuro più sostenibile.
Ridurre i rifiuti tessili è una sfida importante ma non impossibile. Solo così possiamo sperare di costruire un mondo più pulito e sostenibile.


