
A Cali, in Colombia, è partita la Cop16. Rappresentanti di governi, associazioni ambientaliste, scienziati provenienti da tutto il mondo, sono impegnati nella conferenza delle Nazioni Unite sulla biodiversità, che punta a definire strategie globali e ad aumentare i finanziamenti per conservare e proteggere i territori
Paz con la naturaleza. Così, suona ancor più poetico. Ma se davvero sarà pace con la natura, come recita il claim della 16esima edizione della Cop16, si scoprirà l’1 novembre, giorno di chiusura – e di impegni concreti – dell’appuntamento in programma in Colombia.

“Questo evento invia un messaggio dall’America Latina al mondo sull’importanza dell’azione per il clima e della protezione della vita”, ha rimarcato nel suo discorso inaugurale Susana Muhamad, Ministra dell’Ambiente della Colombia. L’obiettivo è, infatti, quello di arrivare ad accordi globali per la protezione delle risorse naturali a rischio per l’aggravarsi del cambiamento climatico.
Il futuro della biodiversità
Un summit di fondamentale importanza per il futuro del nostro Pianeta, in un paese blindato a causa delle minacce dei guerriglieri. “Alcuni puntano a che diventi una vetrina della morte mentre noi vogliamo che si trasformi in una vetrina della bellezza della Colombia”, ha affermato il presidente Gustavo Petro nei giorni scorsi.
Per la sicurezza saranno impegnati circa 11mila tra militari e agenti, mentre si attesta sui 23mila il numero dei delegati chiamati a partecipare all’appuntamento di Cali e provenienti da tutto il mondo. Leader mondiali, scienziati e operatori del settore che dovranno consolidare gli impegni assunti nel 2022 durante la COP15 (Kunming-Montreal), in cui 196 governi di tutto il mondo approvarono il “Global Biodiversity Framework” (GBF), un percorso che si pone l’obiettivo di arrestare e invertire la perdita di biodiversità entro il 2050.
Si analizzeranno i progressi compiuti dai Paesi nell’attuazione degli obiettivi del Quadro globale per la biodiversità, che comprendono la conservazione del 30% delle terre e degli oceani del mondo entro il 2030, la riduzione dell’inquinamento e la promozione dell’uso sostenibile delle risorse naturali.
Il report
Al momento, però, i dati sono tutt’altro che rosei. Un rapporto di Greenpeace International pubblicato in queste ore inchioda alle proprie responsabilità i vari governi e avverte che, al ritmo attuale, l’obiettivo di proteggere almeno il 30% degli oceani con aree marine protette (AMP) entro il 2030 (cosiddetto “obiettivo 30×30”), concordato da tutti i governi alla COP15, non sarà raggiunto prima del 2107. Il rapporto ha infatti verificato lo stato di protezione della biodiversità marina, svelando che non è stato fatto quasi nulla da quando è stato raggiunto l’accordo internazionale ed evidenzia i principali problemi che impediscono di raggiungere l’obiettivo 30×30 nei tempi previsti.
Nei trentadue anni trascorsi dal Vertice della Terra di Rio del 1992, in cui è stata istituita la Convenzione per la diversità biologica, solo l’8,4% dell’oceano globale è stato protetto. Di questo, soltanto il 2,7% risulta altamente protetto e sottoposto a rigide misure di conservazione, e la percentuale si riduce allo 0,9% per le aree d’alto mare, che sono al di fuori della giurisdizione nazionale. Per raggiungere il 30% nei prossimi sei anni, dovranno essere istituite ogni anno da qui alla fine del 2030 circa 23,5 aree marine protette delle dimensioni della Francia.

La situazione non cambia in Italia, dove meno dell’1% dei mari italiani è sottoposto a misure di tutela efficaci. Un’indagine di Greenpeace Italia pubblicata a luglio aveva evidenziato che solo le AMP e i Parchi Nazionali hanno regolamenti efficaci in grado di tutelare la biodiversità marina. Altre aree individuate e definite importanti per la loro biodiversità, come ad esempio il Santuario Pelagos e i SIC (Siti di Interesse Comunitario), invece, rappresentano solo “parchi di carta”, aree in cui non vi è nessuna azione di mitigazione degli impatti antropici.
Le perplessità del WWF
Un allarme che arriva anche dal WWF, secondo cui l’Italia si presenta a Cali senza essere pronta a raggiungere gli obiettivi 2030 sulla biodiversità, tra i ritardi sull’implementazione della Strategia Nazionale per la Biodiversità e la richiesta di rinviare l’applicazione del Regolamento europeo anti-deforestazione.
In Italia – rimarca il WWF – la superficie terrestre protetta si ferma al 21,68% dell’intero territorio nazionale: in soli 5 anni il nostro Paese dovrebbe creare la metà delle aree protette terrestri che ha creato in oltre 100 anni da quando nacquero i primi due parchi nazionali italiani, Parco Nazionale del Gran Paradiso e Parco Nazionale d’Abruzzo. E per il mare va ancora peggio perché solo l’11,62% della superficie marina italiana è protetta .
L’aspetto positivo è senz’altro che la natura torna al centro della diplomazia ambientale internazionale, ma si dovrà passare dalle parole ai fatti (non a caso è definita la “COP dell’implementazione”): un momento cruciale per valutare l’impegno degli Stati nel tradurre in piani e azioni concrete i 23 target globali del GBF indirizzati a fermare e invertire la perdita di biodiversità entro il 2030.
L’aspetto finanziario
Ovviamente, ci sarà anche l’aspetto prettamente economico: uno dei temi centrali della COP sarà, infatti, quello delle risorse finanziarie necessarie per raggiungere gli obiettivi ambiziosi stabiliti nel Quadro globale per la biodiversità e dove e da chi ottenere queste risorse. Altro importante aspetto sarà quello dei meccanismi di monitoraggio e rendicontazione dei progressi degli obiettivi di biodiversità. Infine, la conferenza affronterà le questioni relative all’accesso alle risorse genetiche e alla giusta ed equa condivisione dei benefici derivanti dal loro utilizzo, un principio noto come Access and Benefit-Sharing (ABS).
Fare pace con la natura, pertanto, non sarà facile ma è indispensabile. E sarà per questo che la prima sessione plenaria è stata aperta da una preghiera alla ‘Pachamama’, la Madre Terra, pronunciata dai membri di uno dei 115 popoli indigeni del Paese.


