
Nel rapporto “Zero Carbon Policy Agenda” presentato nei giorni scorsi dal Politecnico di Milano lo stato dell’arte del processo di decarbonizzazione in Italia, all’interno del contesto europeo, tra investimenti da una parte e lentezze nella transizione energetica dall’altra
La decarbonizzazione, a livello italiano ed europeo, sta portando i primi frutti, anche se la strada in particolare per il nostro Paese sembra essere ancora lunga. Lo sottolineano i dati relativi all’anno 2023 presenti all’interno del report “Zero Carbon Policy Agenda”, presentato lo scorso 22 ottobre dall’Energy & Strategy della School of Management del Politecnico di Milano. La spesa relativa agli investimenti italiani a favore di misure per la decarbonizzazione è stata di 127 miliardi di euro. Un valore di tutto rispetto, a prima vista, ma che si sgonfia se messo in proporzione rispetto al totale degli investimenti, attestandosi intorno al 26%, un quarto del totale. 
I risultati di queste spese saranno visibili nei prossimi anni, intanto dai dati presenti nel report si evince come dal 2005 ci sia stata una diminuzione del 36% di emissioni di CO2, dovute essenzialmente a quattro fattori: la riduzione dei consumi energetici, la delocalizzazione, la crescita nell’utilizzo delle energie rinnovabili e infine per un maggior efficientamento energetico. Seppur lusinghiero, però, il dato nasconde una lentezza dell’Italia nella transizione energetica. La riduzione in questione, infatti, è stata di 12 milioni di tonnellate di CO2 all’anno (MtCO2eq/anno), un valore pari a quasi la metà (21 MtCO2eq/anno) di quello necessario per centrare gli obiettivi europei e internazionali da raggiungere entro il 2030. A pesare maggiormente sul processo a rilento della decarbonizzazione alcuni settori, a partire da quello dei trasporti (che pesa per il 28% del totale delle emissioni), seguito da quello della produzione di energia e calore (20%) e quello legato ai consumi residenziali e commerciali (16%).
Investimenti passati e futuri
Se invece andiamo nel dettaglio degli investimenti italiani dello scorso anno a favore della decarbonizzazione vediamo come la stragrande maggioranza (70,4% pari a circa 90 miliardi di euro) è andata proprio all’efficientamento energetico, una quota in larga parte dovuta alla misura governativa del superbonus. A seguire c’è stata l’economia circolare (14,9% – circa 19 miliardi di euro) che ha interessato il 38% circa delle grandi aziende italiane. Al settore delle energie rinnovabili è stato elargito il 7,8% del totale, per una quota di circa 10 miliardi di euro; un investimento che ha generato un aumento di oltre 5,7 GW rispetto all’anno precedente. Valori più bassi, invece, sono andati alla mobilità sostenibile (3,7%) e alle infrastrutture di rete (2,5%). Quote irrisorie, infine, per le comunità energetiche (0,4%) e per la cattura e stoccaggio della CO2, per i quali saranno decisivi i prossimi anni, quando dovrebbe entrare in funzione “Ravenna Carbon Capture and Storage”, al momento un progetto – firmato Eni e Snam – che permetterà di catturare la CO2 emessa dalle industrie e stoccarle in modo permanente in formazioni rocciose sotterranee.

Aumentare il volume degli investimenti a favore della decarbonizzazione si può
Stando a quanto scritto nel report, bisognerebbe prima di tutto cercare di utilizzare al meglio le risorse del Recovery and Resilience Plan europeo. Dei 194 miliardi di euro a favore del nostro Paese, infatti, il 41% è stato destinato a misure climatiche. Un valore poco al di sopra della soglia minima europea. Stesso discorso per l’altra misura, RePower EU, per cui l’Italia ha dedicato meno del 70% per azioni legate agli obiettivi climatici. Quello che emerge tra i dati del rapporto, in definitiva, è un notevole ritardo nell’attuazione dei progetti, rispetto alle previsioni di spesa. A questo, però, non si può non ricordare l’importanza dell’impegno dei privati per lo scopo.
Sebbene le tematiche legate all’ambiente, alla società e alla governance (ridotte nell’acronimo ESG) stiano entrando a far parte dell’assetto di molte aziende, dal report emergono delle difficoltà. Da una parte risulta fondamentale il fattore “dimensione” dell’impresa, con le aziende più piccole che tendono a mettere in secondo piano le tematiche “green”, rispetto a quelle più grandi. Dall’altra parte, invece, si evidenzia la differenza sostanziale tra le aziende italiane quotate in borsa e tutte le altre. Per le prime si è riscontrato un calo deciso nell’intensità emissiva (da 0,62 migliaia di tonnellate di CO2 per milione di euro a 0,39 nel 2022), per le seconde un calo molto meno marcato.
Decarbonizzazione: ancora un punto all’ordine del giorno?
Dopo le ultime elezioni il Parlamento europeo ne è uscito rinnovato, con una maggioranza nettamente distante dalle tematiche legate alla decarbonizzazione. Nei cinque anni della scorsa legislatura – tra Strasburgo e Bruxelles – i rappresentanti italiani dei rispettivi partiti non si sono quasi mai trovati d’accordo sulle proposte di direttive e regolamenti in materia, dimostrando una divergenza d’opinioni e una polarizzazione, pari a quella attestata in Repubblica Ceca, Ungheria e Polonia, quest’ultimo lo stato meno “green” dell’Unione. Una situazione che non sembra giocare a favore del processo di decarbonizzazione e di conseguenza degli investimenti essenziali a scongiurare gli effetti dei cambiamenti climatici in Europa e nel nostro Paese, tra i più esposti alle calamità naturali, insieme a Grecia, Bulgaria e Romania.


