
Nasce dagli scarti tessili con cheratina ed è stata sviluppata tramite l’intelligenza artificiale
Cotone, lana, seta, renoa. Negli Stati Uniti la grande famiglia dei tessuti ha un nuovo ospite. Renoa, appunto, la prima fibra al mondo rigenerata da ritagli e scarti tessili ad alto contenuto di cheratina, piuma compresa. Un materiale vellutato con la traspirabilità e la morbidezza tipiche di cashmere e lana.
Oltre la sua composizione, la new entry è una novità importante per almeno un altro motivo. È il primo nuovo tessuto a cui la Federal Trade Commission, l’agenzia federale statunitense a tutela dei consumatori, conferisce una denominazione generica propria (una categoria a parte) dal 2002.
Poi, una curiosità: Renoa è la prima fibra sviluppata tramite una piattaforma proprietaria di intelligenza artificiale. Il cuore tecnologico del progetto è Braid.AI, il sistema proprietario di Everbloom, la start-up newyorchese di tecnologia tessile che ha sviluppato il nuovo filato.
La moda vergine, un lusso che non ci possiamo più permettere
Iniziative come Renoa – o anche tecnologicamente più semplici – sono sempre più urgenti. L’esigenza si avverte tanto più se si considera l’impronta ambientale della moda vergine. “Per produrre una sola T-shirt bianca di cotone, dal seme al capo finito, ci vogliono circa 10mila litri di acqua. Il cotone è una pianta idrovora, per crescere ha bisogno di essere irrigato molto”. A parlare è l’ecodesigner Alfio Cangiani.
Il mantenimento delle piantagioni di questa fibra è alla base di uno dei più grandi disastri ecologici compiuti dall’essere umano: “Ricordiamoci che in Asia per questo abbiamo prosciugato il lago d’Aral”, commenta Cangiani. “Invece con un capo riciclato – aggiunge – si risparmia circa il 70% di acqua, e quindi anche di costi”.
Ripensare la produzione per facilitare il riciclo
Detto così sembra semplice. In realtà, riciclare un capo è un procedimento sia complesso sia complicato, fatto di tanti passaggi. Parte della difficoltà deriva da un presupposto: i vestiti che indossiamo non sono pensati per essere riciclati. Lo dice Cangiani: “Quello che va ripensato è proprio la progettazione dei prodotti”.
Ma andiamo con ordine. Il riciclo, quindi, è un processo lungo. L’ecodesigner ne illustra le fasi, a partire dallo smistamento per tipo di tessuto: “Si distingue la lana dal lino, dal cotone, dal puro cotone. Teoricamente è semplice. Ma bisogna considerare che la maggior parte dei capi che indossiamo hanno tessuti misti, e la separazione delle fibre è un’operazione molto complicata”. Per di più, anche quando l’etichetta riporta un solo tessuto, non sempre è vero: “La normativa europea consente di segnare il 100% di pura lana vergine, per esempio, con una tolleranza dal 6 al 10% di altre fibre. Quindi nella lavorazione del prodotto riciclato compariranno delle impurità, che diventeranno dei difetti”.
I capi vanno distinti anche per colore e tipologia. Dopodiché, vanno ripuliti: “Prendiamo una camicia, per esempio, bisogna separare i bottoni e le etichette dal tessuto principale”. Una volta ripuliti si può procedere con la triturazione. “Si riduce il materiale a una sorta di fiocchi. Da questi poi si ottiene una fibra omogenea di colore uniforme he può essere riutilizzata direttamente oppure subire un altro passaggio per cambiarne il colore”.
Gli scarti ulteriori non vengono recuperati: per esempio i tessuti termici, termosaldabili – cioè gli impermeabili – non vanno incontro a recupero: “Vanno dritti in discarica, così come tutti i tessuti non riciclati”. Per superare tali limiti, la chiave risiede nell’ecodesign: occorre riprogettare i prodotti fin dall’inizio per far sì che le componenti siano facilmente separabili. Se, ad esempio, una maglia di lana viene laminata con il lurex, i due filati non sono pensati per essere separati, rendendo il riciclo quasi impossibile.

In queste pratiche interviene la legislazione, muovendo i primi passi verso i vincoli per un’industria più sostenibile: “Per fortuna è stata introdotta una norma che vieta la distruzione dell’invenduto una pratica che caratterizza sia il fast fashion sia i grandi marchi”. Il riferimento è al regolamento europeo (2024/1781) approvato a luglio, che vieta alle grandi aziende del tessile di distruggere capi, scarpe e accessori invenduti e restituiti. Dal 2030 il divieto sarà esteso anche alle medie imprese.
Come si “inventano” nuove fibre: la legislazione Usa e i modelli italiani
Per istituire una nuova classe merceologica riconosciuta dalla FTC è necessario dimostrare, tramite una rigorosa procedura normativa, che il materiale sia strutturalmente e funzionalmente differente dalle fibre preesistenti. Negli USA, il Textile Fiber Products Identification Act impone che ogni capo di abbigliamento e tessuto riporti per legge la composizione percentuale indicando esclusivamente nomi generici approvati dalla FTC (come cotone, poliestere, nylon, lana). Senza questa approvazione, un’azienda non può utilizzare il nuovo nome generico sull’etichetta di composizione; sarebbe costretta a declassare il materiale a una categoria preesistente non accurata o alla dicitura generica “altre fibre” (se sotto il 5%), rendendo di fatto impossibile la vendita trasparente su larga scala. Praticamente come nel Regolamento Etichettatura europeo.
Nonostante i cavilli burocratici, il settore sta muovendo i primi passi verso modelli circolari. Sempre più negozi adottano politiche di ritiro dell’usato offrendo sconti sui nuovi acquisti. A livello nazionale nascono realtà virtuose come Rifò a Prato, che fonda il proprio modello sulla riparazione dei capi e sul loro ritiro a fine vita per reimmetterli nel ciclo produttivo.
La strada verso una moda davvero sostenibile rimane complessa, ma la direzione è tracciata. Come conclude Alfio Cangiani: “C’è speranza di cambiamento. Certo, con tempi molto lunghi perché ci sono interessi economici e politici molto forti, ma le cose cambiano, è un processo che non può essere evitato”.



