Scoperta storica: decifrato il genoma dei primati con il contributo di ricercatori pugliesi. Intervista a Mario Ventura

decifrato il genoma dei primati con il contributo di ricercatori pugliesi. Intervista a Mario Ventura
Il team di ricercatori pugliesi. Al centro il prof. Mario Ventura

Completata la mappatura del Dna dei primati, un risultato storico che avrà ricadute importanti anche sull’ambiente

 

decifrato il genoma dei primati con il contributo di ricercatori pugliesi. Intervista a Mario Ventura
Il prof. Mario Ventura (al centro) con il suo gruppo di lavoro

Per la prima volta i genomi completi delle grandi scimmie sono stati sequenziati senza errori, grazie ad un consorzio internazionale di oltre 160 ricercatori, tra cui alcuni brillanti scienziati italiani dell’Università degli Studi di Bari Aldo Moro. Il loro lavoro ha permesso di leggere i genomi di scimpanzé, bonobo, gorilla, oranghi e siamango da un’estremità all’altra. I risultati, pubblicati sulla rivista Nature, rappresentano le basi per una nuova era nella genomica comparativa e nella medicina evolutiva. Tra i ricercatori che hanno dato il proprio importante contributo, spicca il nome di Mario Ventura, professore ordinario di Genetica presso il Dipartimento di Bioscienze, Biotecnologie e Ambiente dell’Università degli Studi di Bari “Aldo Moro”.

Ventura: “Una ricerca che protegge ambiente e biodiversità”

Professor Ventura, è stata mappata la sequenza delle grandi scimmie. Cosa significa questo per il futuro dell’uomo?

«La mappatura completa dei genomi delle grandi scimmie, ovvero delle scimmie antropomorfe è una svolta per comprendere meglio l’evoluzione umana in generale. Avere dei genomi di altissima qualità, come quelli che abbiamo prodotto in questo lavoro, permette di identificare regioni specifiche del Dna umano che sono cambiate, che ci differenziano dagli altri primati, mettendo in evidenza quelle che sono le regioni umane specifiche, come quelle del linguaggio, dell’intelligenza, dello sviluppo cerebrale, che sono tipiche dell’uomo e che lo differenziano dalle grandi scimmie. In futuro, potremo anche studiare quali sono le variazioni genetiche che rendono l’uomo unico, approfondendo come alcune di queste mutazioni sono associate ad alcune malattie genetiche, neurologiche e dello sviluppo».

E quali invece le ricadute sull’ambiente?

«Tante sono le ricadute sull’ambiente, perché le scimmie che abbiamo sequenziato sono tutte in via d’estinzione. Sono specie sotto stretto controllo e quindi comprenderne il genoma ha un valore importante dal punto di vista ambientale. Se conosco la diversità genetica delle specie, posso anche monitorare meglio lo stato di salute delle popolazioni selvatiche e proteggere la biodiversità. Capire come i mutamenti ambientali abbiano influenzato l’evoluzione delle scimmie, ci aiuta a capire come il cambiamento climatico potrà impattare sulle diverse specie, tra cui anche la nostra».

Lo studio avrà effetti importanti anche sulla conservazione della specie. In che modo?

Prof Mario Ventura Uniba
Il prof. Mario Ventura

«Questo studio avrà sicuramente un impatto importante sulla conservazione delle specie. Disporre di questi genomi completi ci permette di valutare la variabilità genetica di queste scimmie che sono in pericolo, come il gorilla, il bonomo e gli oranghi. Con queste informazioni, possiamo dunque strutturare delle strategie di conservazione mirate, programmi di riproduzione assistita, reintroduzione in natura, scegliendo degli individui che siano geneticamente più adatti alla sopravvivenza della specie a lungo termine».

Una ricerca all’avanguardia

In che modo questa ricerca si è sviluppata?

«Prima di tutto è stato condotto un sequenziamento di nuovissima generazione, cioè abbiamo utilizzato delle tecnologie di sequenziamento che si chiamano ultra long che permettono di leggere 30/40 megabasi di Dna in un solo colpo, rendendo la lettura di 3miliardi di basi di Dna delle grandi scimmie, un’impresa non più impossibile, ma fattibile. A questo abbiamo aggiunto le nostre capacità, ovvero quelle di leggere regioni specifiche di cromosomi e di caratterizzare i cromosomi stessi. A tutto questo, si aggiungono tutte le altre expertise di genomica, biologia evolutiva e genetica, essenziali per un lavoro di un calibro così importante».

UniBa in primo piano

Uno studio internazionale che ha visto il coinvolgimento dell’Università di Bari, che quindi diventa sempre più un polo di eccellenza in tutta Italia.

«La partecipazione del Dipartimento di Bioscienze, Biotecnologie e Ambiente e del gruppo di ricerca che ho l’onore di coordinare, è stata importante perché abbiamo portato quelle che sono le nostre competenze e le abbiamo messe a disposizione di questo team di lavoro internazionale. Per noi rappresenta il frutto dell’impegno e del tempo che ci mettiamo ogni giorno nella ricerca. E questo vale sia per gli strutturati che per i non strutturati. Il risultato di questo lavoro, inoltre, dimostra ancora una volta l’alta qualità della ricerca che svolgiamo nel nostro Paese, ma evidenzia anche la capacità di collaborare su tematiche scientifiche globali di frontiera. È stato un grande lavoro di squadra».

Qual è stato, nello specifico, il contributo dell’Università di Bari?

«L’Università ci ha dato in primis il supporto fisico dove poter svolgere i nostri esperimenti. Ci siamo procacciati i fondi per poter fare questo tipo di lavoro, insieme al dipartimento di Bioscienze, Biotecnologie e Ambiente. Abbiamo dato un contributo importante nell’individuazione delle varianti genetiche, nella comprensione di quelli che sono i meccanismi che regolano le espressioni geniche nelle diverse scimmie e nello studio dell’organizzazione cromosomica tra i vari primati studiati. Il nostro scopo è stato quello di cercare di capire quali sono le differenze che rendono l’uomo diverso dalle altre specie».

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