
I volontari di ANUU Migratoristi e Gens Nova continuano a censire i siti a rischio. Scardia: «Fenomeno diffuso in campagna e in periferia. Servono isole ecologiche»
I volontari contro l’abbandono selvaggio di rifiuti: 1 a 1, palla al centro. Nonostante gli oltre cento siti individuati, segnalati e monitorati, la situazione delle macro e micro discariche a cielo aperto a Bari, e nell’hinterland del capoluogo, risulta stabile. Tanto che negli ultimi mesi non si segnalano grossi miglioramenti; né peggioramenti. E, se in un sito la situazione si risolve, da qualche altra parte c’è un pezzo di terra – magari incolto – pronto ad attirare nuovi (o vecchi) incivili. In questa partita ancora aperta e pronta a disputarsi ovunque scarseggi la sorveglianza, c’è sempre qualcuno che ama giocare sporco. Servono arbitri che scovino e sanzionino i responsabili degli scempi ambientali immortalati dai componenti di due organizzazioni, dal 2022 unite nella lotta alle discariche a cielo aperto, nel nome di un protocollo d’intesa appositamente firmato. Da un lato l’ANUU Migratoristi dell’Area metropolitana di Bari e dall’altro i soci dell’organizzazione di volontariato Gens Nova. Sotto la lente congiunta dei due gruppi sono finite tutte quelle aree già segnalate in passato in continuo monitoraggio.
Discariche di tutti i “colori”: la mappa aggiornata

Dai singoli municipi di Bari alle zone rurali, fino ai comuni vicini. Tutti i siti individuati dai volontari delle associazioni sono destinati a essere impressi all’interno di una mappa e monitorati nel tempo. Si tratta di una cartina aggiornata di volta in volta e, a oggi, giunta alla sua quarta versione. L’ultima disponibile. All’interno figurano diversi localizzatori di differente colorazione:
– in verde sono indicate le aree bonificate dagli enti locali competenti, a seguito di segnalazione;
– in giallo quelle interessate dalla presenza di rifiuti non speciali, da conferire in qualsiasi isola ecologica;
– in arancione le superfici chiamate, loro malgrado, a “ospitare” rifiuti speciali, non pericolosi;
– in rosso, invece, quelle divenute ricettacolo di rifiuti speciali pericolosi;
– in nero sono indicate le discariche abusive incendiate.
Come si evince dalla mappa della vergogna, predominanti a Bari e nel suo hinterland sono le aree a colorazione arancione. Vi è anche una significativa presenza di siti in giallo (chiaro o più scuro, a seconda dello status attuale della discarica abusiva). Più contenute le aree segnalate in rosso. Una decina sono le aree già bonificate. Mentre, sono sei quelle già andate in fumo. In barba all’inquinamento, alla salute dei residenti e alla salvaguardia della fauna selvatica.
Dal “micro” al “macro”, la portata preoccupante del fenomeno
Nella mappa degli angoli sfruttati per accatastare e dare alle fiamme rifiuti sono segnalate micro e macro discariche. Le prime sono quelle in erba, in triste divenire e di dimensioni limitate. Sono gli spazi appena “scoperti” dagli incivili, pronti a diventare deposito di rifiuti smaltiti illegalmente. Sono quelle particolarmente monitorate dai volontari, perché si possa intervenire subito, bonificando il sito tempestivamente e cercando di estirpare il problema alla radice.
Le seconde, invece, sono quelle più ampie, per dimensione e tipologia di rifiuto. Nelle macro discariche, infatti, l’abbandono selvaggio di scarti di qualsiasi genere è diventato sistematico, tanto che, conferimento dopo conferimento, le criticità dell’area interessata si fanno sempre più grandi. Il che rende molto più complesse le operazioni di bonifica. Il rischio maggiore, specialmente in questi casi, è legato all’incendio dei diversi materiali accatastati e incautamente smaltiti. (GUARDA LA FOTOGALLERY)
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Chi sono i Migratoristi?
L’ANUU, Associazione dei Migratoristi Italiani, è stata costituita a Bergamo nel 1958, per lo studio, la tutela e la conservazione delle cacce tradizionali italiane agli uccelli migratori. Già dalla mission, si evince il motivo dell’attenzione al tema della diffusione delle discariche abusive: preservare l’ambiente e la fauna selvatica dall’inquinamento e dagli incendi. Lo scopo fondamentale dell’associazione era, ed è tutt’oggi, quello di garantire una gestione corretta e scientifica dell’attività venatoria, attraverso un prelievo razionale delle risorse faunistiche, da realizzarsi tramite censimenti, rigorosi piani di utilizzo sostenibile ed accurata gestione del territorio. A livello comunitario aderisce alla FACE/Federazione delle Associazioni dei Cacciatori e per la Conservazione della Natura dell’UE e all’AECT/Associazione Europea delle Cacce Tradizionali; mentre a livello internazionale è membro del CIC/Consiglio Internazionale della Caccia e della Salvaguardia della Fauna.
Le sentinelle della legalità

L’organizzazione di volontariato Gens Nova nasce in Puglia il 17 febbraio 2004 e, negli anni, riesce a radicarsi anche in altre regioni. Ad oggi, infatti, è presente in Campania, Emilia Romagna, Lazio, Marche e Sicilia. Stella cometa delle relative attività sono la tutela delle vittime delle violenze e la divulgazione a a tutto tondo della cultura alla legalità; per questo l’O.d.V. Gens Nova, da un lato, si costituisce parte civile e, dall’altro, è in rete con le Istituzioni nazionali, regionali e locali, promuovendo numerose iniziative di formazione ed informazione per la cittadinanza e nelle scuole. Come, per esempio, momenti di riflessione e convegni incentrati sul corretto smaltimento dei rifiuti di ogni genere.
Scardia (Gens Nova): “Prima della repressione serve la prevenzione”
Tra i volontari più attivi e sensibili al tema c’è Cristiano Scardia, coordinatore dell’ANUU Migratoristi Area Metropolitana di Bari e socio del gruppo di lavoro Gens Nova. Una duplice veste che facilita la cooperazione e la condivisione dei dati tra entrambi i soggetti. Ecco cosa ha detto ad Ambient&Ambienti.
In quali aree il fenomeno è maggiormente diffuso?
«Specialmente nelle campagne. E in alcuni punti la situazione si ripete. Come nel caso di un’area rurale, in cui per quattro o cinque volte sono stati smaltiti pneumatici, dati poi alle fiamme. È un problema per la vegetazione, perché, trattandosi spesso di aree incolte, sono comunque vicine a quelle coltivate».
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Rispetto alle precedenti mappature, ci sono delle zone particolarmente a rischio?
«Sì, quelle abbandonate e in cui non vi è una grande presenza umana, per cui si conferiscono rifiuti in maniera indisturbata. Per esempio, si nota una sorta di “accanimento”, nonostante le operazioni di pulizia già effettuate dal Comune, su Strada San Giorgio Martire; essendo una strada di passaggio, si presta allo smaltimento illecito di rifiuti. Un altro punto critico è Strada la Grava, che già conoscevamo, ma adesso la situazione sta peggiorando. E qui ci appiccarono anche un incendio. Qualche giorno fa sentivo anche delle lamentele, a tal proposito, da alcuni consiglieri del Municipio 4 (Ceglie, Loseto, Carbonara)».
C’è un tipo di rifiuto che più spesso di altri viene smaltito in questo modo?
«Dipende dalle location. In alcuni punti i sacchi dell’immondizia. In altri, invece, notiamo una massiccia presenza di RAEE (rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche apparecchiature elettroniche). È una tipologia di rifiuto che ha iniziato a diffondersi ultimamente e che è più soggetta a essere incendiata, per poi ricavarne metallo o rame».
Il modus operandi di questi incivili è sempre lo stesso o cambia?
«Cambia. Ci sono, per esempio, gli “abitudinari”, che si cimentano nel lancio del sacchetto e si ostinano a non voler attuare la raccolta differenziata. Ci sono poi quelli che sono soliti affidare i loro rifiuti a terzi, per esempio ai cosiddetti “svuota cantine”, senza però sapere dove vadano effettivamente a finire questi materiali. Infine, c’è chi recupera determinate parti dai rifiuti, come le componenti in rame o in metallo nel caso dei RAEE, smontando o incendiando tutto il resto. In passato ci siamo spesso imbattuti in cataste di frigoriferi bruciati e, inizialmente, non riuscivamo a comprenderne il motivo. Ora ci è chiaro».

L’amministrazione comunale cosa potrebbe fare?
«Potrebbe prevedere nuove isole ecologiche a disposizione dei cittadini, andando loro ulteriormente incontro. In questo modo si sgombererebbe il campo da tutti gli alibi. Bisogna anche ricordare che, negli ultimi anni, la raccolta differenziata spinta non ha prodotto risultati molto positivi per le campagne, dove non c’è il porta a porta».
Come già accaduto in altre realtà del Barese, l’installazione di fototrappole potrebbe essere un buon deterrente?
«Le fototrappole possono essere sicuramente un deterrente, se però installate in punti in cui il fenomeno è più frequente. Ma prima di giungere alla funzione repressiva abbiamo bisogno di fare prevenzione. E possiamo farlo, grazie a una legge regionale del 2003, che prevede la vigilanza ecologica e ambientale, a titolo gratuito, da parte di volontari delle diverse associazioni. Queste figure avrebbero anche la possibilità di sanzionare il soggetto che compie un illecito amministrativo».
E perché non ci sono?
«Non lo so. Lo propongo da anni, ma nel Barese non sono mai state istituite le guardie volontarie, da affiancare agli apparati già esistenti. Nella BAT e nel Salento, invece, ci sono. E, trattandosi di volontariato, specifichiamo che si tratterebbe di un servizio a costo zero per la collettività».
Di questo passo, a quali conseguenze va incontro la fauna selvatica?
«Spesso la fauna selvatica si ciba dei rifiuti che trova. I cinghiali, per esempio, stanno proliferando alle porte di Bari e, non trovando più sostentamento nelle campagne, rischiano di spostarsi nei centri urbani, come già è capitato altrove».
Foto di ANUU Migratoristi Area Metropolitana di Bari e Gens Nova










