Xylella fastidiosa: il rimedio è nella cura dell’ulivo con le antiche buone pratiche

Ci tengo a precisare due aspetti, a mio avviso fondamentali: i miei alberi di ulivo si trovano nella cosiddetta “zona rossa” del contagio da Xylella fastidiosa. Da alcuni anni erano in stato di abbandono e ho effettuato, per ovvi motivi, il solo taglio dell’erba quando diventava alta e secca. Quelli che sono riuscito a trattare con i semplici accorgimenti di seguito descritti, circa la metà, in questo momento non presentano segnali della malattia, anzi sembrano un’oasi nel deserto. Gli altri, purtroppo, sono stati colpiti e ne mostrano i segni sempre più evidenti, specie in quest’ultimo mese.

Non sono contadino di professione, svolgo tutt’altro e non avevo mai toccato un albero prima di gennaio 2014; man mano che procedevo, poi, mi sono affidato al mio intuito e armato di tanta pazienza. Mi sono munito di un decespugliatore medio, una scala leggera e allungabile in alluminio, una forbice e un seghetto. Ho deciso di dedicare circa sette ore settimanali alla cura dei miei alberi di ulivo, dopo aver ricevuto alcuni consigli da uno zio della provincia di Foggia venuto nel Salento in occasione delle festività natalizie (un paio d’ore di nozioni teoriche sull’arieggiamento della chioma, tenute sul posto).

Ho iniziato a decespugliare l’erba verde ormai cresciuta con le piogge autunnali. In seguito ho tagliato i succhioni che si erano formati sui rami interni dell’albero e i polloni che stavano alla base del tronco, effettuando altresì una potatura leggera sui rametti inutili che chiudevano all’interno. Ho sfoltito la chioma e ho eliminato tutto il secco esistente; ogni volta, prima di andarmene, ho ammucchiato e bruciato lo scarto.

In media sono riuscito a finire un albero a settimana al termine della quale ho raccolto, ormai fredda, la cenere prodotta, spargendola lungo la linea circolare dell’ulivo; è nel punto in cui termina la chioma che l’apparato radicale è più sviluppato e superficiale. Il mio impegno è durato per tutto l’inverno.

Cosa è successo nel frattempo? L’erba fresca sbriciolata e decespugliata più di una volta da gennaio a maggio, è penetrata nel terreno ed è diventata un prezioso concime, perché essa contiene azoto, fosforo e potassio. La cenere, con l’umidità e la pioggia, si è trasformata in un ottimo fertilizzante poiché ricca di potassio, fosforo, calcio, magnesio e contiene anche ferro, rame e boro.

Con l’arrivo della primavera, gli alberi hanno potuto usufruire, inoltre, di tanta luce e aria, ed essendo molto più leggeri si sono rinvigoriti; la chioma conserva, tuttora, il caratteristico colore verde dell’ulivo, nonostante la persistente siccità estiva che caratterizza, ogni anno, la Penisola Salentina. In questo periodo sto provvedendo a eliminare piccoli succhioni che nel frattempo si sono formati sui rami, alleggerendo ulteriormente gli alberi.

Il risultato di questa semplice e utile operazione è racchiuso nella foto, scattata l’11 agosto scorso. Il muretto a secco rappresenta la “Scelta” che ognuno di noi, nel suo piccolo, può decidere di fare nel tentativo di salvare l’ulivo dall’attacco di batteri e parassiti (Xylella fastidiosa, Phaeoacremonium…). Da una parte l’incuria, il buio, la morte; dall’altra la cura, la luce, la vita.

I due alberi vivono nello stesso tipo di terreno, sono vicinissimi e quasi si sfiorano, proprio come avviene tra la vita e la morte; il primo, però, sta morendo, il secondo vive.

“L’ovvio è quel che non si vede mai, finché qualcuno non lo esprime con la massima semplicità” – Kahlil Gibran

Giorgio Greco

(comune di Seclì provincia di Lecce)

Ringrazio mia nipote Chiara e mia figlia Anastasia per la preziosa ripresa fotografica.

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