Villa Artemisia: dalle mani del boss a luogo di rinascita sociale

A Santo Spirito, periferia nord di Bari, un luogo per sensibilizzare ai temi dell'antimafia sociale.

Da primo bene confiscato alla criminalità organizzata nel Barese, ad academy del turismo e luogo di aggregazione sociale. A un anno dall’avvio, l’intervista al presidente della cooperativa sociale che gestisce oggi Villa Artemisia

Droga. Tanta droga per altrettanti fiumi di soldi gestiti da un boss del clan Lazzarotto di Bari. Un traffico che dalla Puglia si estendeva all’estero e che negli anni Novanta aveva la sua base operativa qui, a villa Artemisia, a Santo Spirito, periferia nord del capoluogo pugliese. Oggi, questo bene confiscato alla mafia ha una nuova vita grazie alla cooperativa sociale CAPS (Centro aiuto psico sociale).

Villa Artemisia è un bene confiscato alla mafia, oggi gestito della cooperativa sociale CAPS

Gli oltre 1500 mq ospitano un b&b con un american bar, un bistrot e uno spazio per gli eventi; ma soprattutto villa Artemisia è un luogo di crescita umana e professionale per cinque ragazzi, quattro in regime residenziale e uno in regime semi residenziale, che svolgono tirocini formativi seguiti da alcuni educatori, i veri “professionisti del sociale”.

Sostenuta dalla Fondazione Con il Sud dal 2013, villa Artemisia è stata affidata in comodato d’uso dal Comune di Bari alla cooperativa sociale da qui ai prossimi vent’anni. La struttura ha riaperto i cancelli nella sua nuova veste a novembre 2019, esattamente un anno fa, alla presenza tra gli altri della ministra degli Interni, Luciana Lamorgese.

A un anno dalla rinascita, abbiamo intervistato il presidente di CAPS, Marcello Signorile, che ci ha parlato dell’avvio delle attività, tra  difficoltà dettate dall’emergenza sanitaria in corso e progetti per il futuro.

Signorile: “Sensibilizzare ai temi dell’antimafia sociale”

Qual è il bilancio di questo primo anno?

«Questo è stato un anno un po’ strano a causa del covid. A giugno abbiamo iniziato con l’academy, cioè con la formazione, a cui poi è seguita la parte sociale. Puntiamo a coinvolgere non solo la cittadinanza, ma anche le scuole: quest’anno avevamo in cantiere tante iniziative che però per il momento non potranno partire. Villa Artemisia ha in sè un grosso potenziale anche per gli spazi di cui dispone. Questo fa sì che vi possa essere una commistione tra sociale e ristorazione, gestione b&b e american bar».

Come ha risposto la cittadinanza?

«Il quartiere, non solo Santo Spirito e Palese ma anche l’hinterland barese, ha risposto in modo molto favorevole. Villa Artemisia è anche un contenitore culturale a cui si sono avvicinate anche le RCU, cioè le reti civiche urbane; un altro progetto che speriamo spicchi il volo al più presto è quello con antimafia sociale. Così dovrebbe vivere villa Artemisia: in estate sviluppare la parte che la rende sostenibile, per poter dedicare l’ inverno alla formazione sia dei ragazzi sia della cittadinanza, sensibilizzandola ai temi dell’antimafia sociale».

La parte del bistrot di villa Artemisia, nel quartiere Santo Spirito, alle porte di Bari

Quali difficoltà avete incontrato?

«Quelle legate alla ristrutturazione dell’immobile. Il Comune di Bari si è reso disponibile per studiare con noi tutta la normativa, perché anche l’amministrazione non si era mai trovata di fronte a un immobile così grande come bene confiscato.

«Siamo partititi da un finanziamento di Fondazione con il Sud e poi da lì sono arrivati altri sostegni: da Comune, Regione Puglia e altri. Una sorta di crowfounding tra pubblico e privato».

Sogni per il futuro?

«L’obiettivo è far diventare villa Artemisia un’academy del turismo. I ragazzi che passano da qui potranno ricevere un anno di formazione nel campo della ristorazione, un settore che nella nostra regione offre molti sbocchi. Ma spesso i master sono molto costosi. Noi vorremmo dare la possibilità di rapportarsi con il mondo del lavoro, dopo un concreto processo di integrazione personale».

 

 

 

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