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Uragano Harvey, una bomba ecologica?

L’ uragano Harvey sta mettendo a dura prova il Texas. Una calamità naturale senza precedenti, che può trasformarsi in un’importante catastrofe ambientale

«Pericolosissima, potenzialmente mortale, la più grande tempesta dell’ultimo decennio». I metereologi del National Hurricane center americano descrivono con toni forti l’uragano Harvey, che in questi giorni si è abbattuto su Texas e Louisiana.

uragano Harvey

L’uragano Harvey può essere la miccia di una bomba ecologica nel Texas
(immagine NASA)

L’uragano Harvey si è avvicinato alle coste americane la scorsa settimana, con venti che soffiavano a una potenza di duecento chilometri orari. I video pubblicati in rete mostrano diverse città sommerse da oltre 70 centimetri di pioggia. In queste ore, il National Hurricane center ha declassato Harvey a tempesta tropicale. Il fenomeno, però, lascia dietro di sé una complessa sfida alla ricostruzione e anche un’inedita minaccia ecologica.

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Uragano Harvey: le zone colpite

La furia della tempesta ha coinvolto gli Stati americani tra i più popolosi. Corpus Christi, centro di 135mila abitanti, è ora ridotto a città fantasma; Houston, la quarta città più grande d’America, è stata sommersa da piogge e inondazioni.

Ad amplificare la gravità del fenomeno, la vocazione industriale di Texas e Louisiana. Infatti, è presente in questi stati un grande e importante distretto di produzione petrolifera e chimica. Si stima che la produzione petrolifera arrivi a 5 milioni di barili di greggio al giorno. Le compagnie Exxon Mobil e Citgo Petroleum hanno considerato la chiusura delle attività locali.

Uragano Harvey: acqua a rischio inquinamento

La presenza di diverse industrie petrolchimiche fa dell’uragano Harvey la miccia di una grave bomba ecologica. A Crosby, nei pressi di Houston, sono esplosi alcuni container di un impianto chimico. Al loro interno era stoccato perossido organico, utilizzato per realizzare materiali da costruzione, vernici e prodotti farmaceutici. «Un’esplosione inevitabile – hanno detto i responsabili di Arkema, società francese proprietaria dell’impianto – poiché le inondazioni hanno provocato un cortocircuito agli impianti di raffreddamento dei container». Ad alte temperature, infatti, i composti chimici diventano volatili e, dunque, infiammabili. Dalla fabbrica si è così alzata una nube di fumo nero. L’ufficio dello sceriffo ha rassicurato i cittadini circa la non velenosità della nube.

L’Environmental Protection Agency (Epa) lancia un allarme circa la possibile contaminazione delle acque. Oltre allo stabilimento Arkema, lungo il canale di Houston sorgono oltre 500 siti industriali, da cui potrebbero fuoriuscire pesticidi, reflui, solventi, sostanze chimiche di vario genere.

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L’esposizione ad acqua contaminata potrebbe causare problemi intestinali, mal di testa, influenza e, nel lungo periodo patologie più gravi. «Un rischio concreto – avvertono dall’agenzia di protezione ambientale – soprattutto per le contee che prelevano acqua da sorgenti private, non soggette agli stessi controlli di quelle pubbliche».

La situazione oggi

Allo stato attuale, le acque texane non risultano inquinate. Il rischio incendi all’Arkema è ancora elevato e inevitabile: acqua alta e mancanza di elettricità non permettono interventi di riduzione del rischio. Il presidente americano Donald Trump ha dichiarato lo stato di emergenza, chiedendo al Congresso lo stanziamento di quasi 8 milioni di euro. Questa somma coprirà i primi interventi di messa in sicurezza del territorio, oltre che di assistenza e riparo per gli sfollati.

 

 

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