Uomo di Altamura: lo scheletro nella roccia?

L'Uomo di Altamura custodito nella Grotta di Lamalunga

Per alcuni quelle dell’Uomo di Altamura sono ossa incastonate come delle pietre preziose in una corona. Per altri un reperto da  sottrarre al suo ambiente, studiarlo ed esporre al pubblico. Come un reperto archeologico può trasformarsi in un attrattore turistico-culturale?

 

Mi sento un bacchettone solo quando ordino la pizza, perché ordino sempre la stessa pizza!

Giorgio Manzi, professore ordinario di Antropologia alla Sapienza Università di Roma, da diversi anni ci vuole far passare come bacchettoni, quei bacchettoni che non vogliono permettere alla scienza di progredire e non vogliono la valorizzazione locale di quello che lui chiama nel suo ultimo libro, a cui dedica il capitolo XI, “lo scheletro nella roccia”, ovvero l’Uomo di Altamura (Antenati. Lucy e altri racconti dal tempo profondo, ed. il Mulino, 2024, 16 euro).

Bacchettoni sì o no?

All’Uomo di Altamura l’antropologo Giorgio Manzi dedica l’XI capitolo del suo “Antenati. Lucy ed altri racconti del tempo profondo”

Ci sta trattando da bacchettoni sin dal 2009, quando ha iniziato a occuparsi, per nostra fortuna essendo lui uno scienziato veramente bravo, dell’Uomo di Altamura.

Ci vuole convincere che lo scheletro nella roccia, dove giace da almeno 150mila anni, può essere estratto senza problemi per le sue ossa dal complesso delle concrezioni calcare, nelle quali sono incastrate e incastonate come delle pietre preziose in una corona.

Ci vuole convincere che tutto il mondo non aspetta altro.

Ci vuole convincere che non si possono fare studi e ricerche in loco sui resti completi del famoso Neanderthal con tratti arcaici, come se la tecnologia e la stessa intelligenza artificiale si fossero fermate allo sbarco sulla Luna del 1969.

Ci vuole convincere che una volta estratti, questi resti saranno esposti ad Altamura per diventare attrazione del turismo mondiale.

Ci vuole convincere che non ci sono altri modi per studiare i resti dello scheletro nella roccia e che non ci sono altri modi per trasformare un reperto naturale/scientifico/culturale in un attrattore turistico.

Insomma ci tratta come dei veri bacchettoni.

Tutto questo lo dice e lo ripete da anni e lo ha fatto con le stesse parole anche nel suo ultimo contributo al volume della collana Barisienne, pubblicato da La Repubblica, La Puglia sotterranea. Dalle grotte agli ipogei la Storia nei secoli. Nel capitolo 5 “L’uomo di Altamura aspetta di raccontarci u suoi segreti” Manzi scrive che “…è diventato anche un tabù, una sorta di monumento intoccabile” e ancora “Purtroppo, quello straordinario reperto umano, l’unico esemplare completo fra i Neanderthal, è ancora lì sotto.” e ancora “Quasi fosse prigioniero delle concrezioni calcaree che lo hanno inglobato nel corso di decine di migliaia di anni…”.

Nella lettura completa del racconto di Manzi, lui stesso dice che “Indubbiamente, ci sono difficoltà oggettive per analizzare uno scheletro così concretizzato all’interno del sistema carsico”, descrive molto bene lo stato in cui si trovano le ossa fossili dello scheletro nella roccia, con le concrezioni calcaree che lo avvolgono in vario modo, lembi di calcare che coprono le ossa del bacino come un sudario. Quest’ultima sua descrizione mi fa venire in mente il Cristo velato della Cappella Sansevero e mi chiedo: come sarebbe trattato qualcuno che propone di togliere il velo alla scultura di Giuseppe Sanmartino?

Uomo di Altamura prigioniero di chi o di cosa?

Manzi stesso racconta dei grandi risultati scientifici pubblicati e ottenuti analizzando un frammento di osso corrispondente all’articolazione della spalla destra dello scheletro, prelevato con grande difficoltà, che ha permesso la ricostruzione di piccole porzioni di DNA e la datazione assoluta con il metodo del decadimento radioattivo uranio/torio, confermando che si tratta di un Neanderthal vissuto tra 130.000 e 170.000 anni fa. Nel presentare i tanti risultati scientifici ottenuti, descrive anche la ricostruzione virtuale del cranio ottenuta grazie a tecniche di acquisizioni non distruttive di digitalimaging. Lui stesso esalta l’attuale sistema museale di Altamura, che parla dello scheletro nella roccia, organizzato in tre poli museali: il Centro visite di Lamalunga, il palazzo Baldassarre e il Museo Archeologico.

Se si sono già ottenuti tutti questi risultati scientifici con uno sforzo tecnologico limitato perché si insiste tanto a voler rimuovere lo scheletro nella roccia con la possibilità molto elevata di danneggiamento e distruzione del reperto?

La ricostruzione dell’Uomo di Altamura esposta al Museo archeologico nazionale di Altamura

Questo complesso di resti fossili umani e concrezioni calcaree rinvenute in una grotta carsica dell’Alta Murgia rappresentano un unicum geologico e paleontologico d’inestimabile valore culturale, ambientale e scientifico.

Non è sicuramente la pericolosa rimozione dello scheletro nella roccia, o di parte dei resti scheletrici umani, dalla loro sede naturale a permettere a scienziati del calibro internazionale di portare avanti le loro ricerche, al contrario più saranno in grado di ottenere dati da una situazione difficile più sarà apprezzato il loro lavoro; allora sì che dimostreranno di essere un team di grande spessore internazionale.

Cosa esporre al pubblico?

Per l’aspetto legato alla musealizzazione del reperto paleontologico, già la semplice ricostruzione del modello iperrealistico esposto al Museo archeologico nazionale di Altamura e realizzato dai paleo artisti Adrie e Alfons Kennis ha fatto capire quanto questo tipo di esposizione offre a chi vuole conoscere la storia fantastica e drammatica di quell’uomo morto in solitudine in una grotta, non sapendo di lasciarci in eredità un patrimonio di informazioni paleoantropologiche di rilevanza mondiale. Come accade ormai in molte parti del mondo, non è l’esposizione del reperto fossile che fa la musealizzazione, ma le ricostruzioni fisiche e virtuali del contesto geologico, paleontologico, stratigrafico. Ricostruzioni fisiche e virtuali offrirebbero alla rete museale mondiale la possibilità di far conoscere il reperto e il suo contesto naturale, magari attivando flussi culturali desiderosi di frequentare di persona il territorio dove è conservato lo scheletro nella roccia e infilarsi in una grotta carsica.

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