Unwaste, o la filosofia del riciclo

“Osservare le cose vecchie, ascoltare cosa hanno da dire, e poi, matita, martello, sega, farle diventare delle storie”. Questa è la poetic upcycling design di Unwaste, ossia la filosofia del riutilizzo di oggetti abbandonati e rifiuti che sta alla base del lavoro della ditta nata nel 2009 a Perugia, dalla fervida creatività di due giovani designer italiani, Silvia Ramalli e Luca Binaglia, entrambi laureati in disegno industriale a Firenze.

Silvia Ramalli e Luca Binaglia

Lei, pisana classe 1982, arriva all’upcycling dopo aver chiesto ai tedeschi come si fa a sfuggire al “made in italy”, mentre lavorava in una galleria d’arte per giovani artisti a Berlino, mangiando un sacco di bratwurst e chinabox in riva allo Sprea. Lui, perugino classe 1976, pur acclamato dalla stampa tra i 200 talenti italiani al mondo nel 2008, si unisce a lei dopo aver sviluppato parecchi dubbi sullo “scintillante” mondo manierista del design.

Il loro è un design lontano dal marketing e vicino all’artigianato. Riparare le cose per farle durare più lungo, rinnovarle donando loro una nuova vita. Prendersi cura degli oggetti, insegnando un valore che i nostri vecchi avevano ben chiaro, il riuso. Un approccio emotivo, oltre che ecologico, che salva le cose che versano in stato di abbandono o quelle destinate a vita breve. Basta sentire ciò che quell’oggetto lascia immaginare e suggerisce, per poi sviluppare le sue nuove funzionalità o ripristinarne le vecchie sotto una nuova forma. Progettisti di un mobile a domicilio, che parte dalla nostra stessa soffitta per approdare al salotto buono, Silvia e Luca realizzano progetti ad hoc, sulla base delle esigenze anche nostalgiche del cliente, incluse caffetterie (come il caffè letterario Sottobosco in Toscana) e arredamenti teatrali (come la scenografia dello spettacolo Le pupe della compagnia Occhisulmondo).

La lampada Nedo

Tornare indietro dallo spreco – scrivono sul loro sito www.unwaste.it – perchè ci piace fare come insegnavano i nostri nonni: non buttare via niente, imparare a riparare e prendersi cura delle cose”. Nasce così, attraverso un processo creativo di riprogettazione di funzionalità ed estetica, il loro catalogo di prodotti e accessori (come le bottiglie in plastica PETcetera che diventano portaoggetti o gli anelli PETjewels). Ecco allora ReNata, il divano old-style un po’ patchwork che sveste i panni ad ogni cambio stagione. Le cassette colorate in plastica rigida del mercato vanno a comporre i cassetti del canterano Fruit Flavoured B. La sedia a dondolo Christopher viene rivitalizzata da fitti intrecci di lacci colorati. Il comodino Selenio, un tempo abbandonato da un rigattiere per due soldi e tinto di una terribile vernice lucida bianca, riconquista la sua pelle e s’agghinda di mollette per farci appendere pensieri e ricordi. Oppure Stecco, l’ultima creatura del Fuorisalone di Milano 2012, la lampada dal lungo stelo che una volta era sedia. La poesia del design degli oggetti smarriti è servita.

Il divano ReNata e il canterano Fruit Flavoured Box

 

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