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Una soluzione per Francesco, “piccolo eroe della vita”, vittima della burocrazia militare

Sempre più donne soldato, più mamme soldato si annoverano nelle file delle nostre Forze Armate. Soldati, graduati e ufficiali costretti a lunghi mesi lontano da casa e dai propri bambini. All’estero, già ai tempi della Guerra Fredda il governo degli Stati Uniti, per esempio, approvò la norma per cui ai militari trasferiti fu permesso di portare con sé le proprie famiglie e alla base di arrivo era loro destinata una casa e sussidi di vario genere. Con il risultato che i soldati hanno sviluppato un maggiore senso di dedizione e attaccamento verso il proprio lavoro, oltre che un maggiore entusiasmo nell’affrontare i compiti da svolgere sia nel proprio Paese, sia nelle missioni all’estero. (“Base to base. A study of military families” – Di Brett Trace – Stevenson University).

Un progetto sul territorio di casa nostra, simile a quello americano e in uso in altri Paesi europei e non, riteniamo potrebbe risolvere situazioni spesso complicate, come quella che ci apprestiamo a rivelare.

francesco piccolo eroe di vita

Il piccolo Francesco, in primo piano, in un momento di svago in compagnia del suo fratellino maggiore e della mamma che li fotografa

La storia che vi narriamo è quella di Francesco, per il nome, di fantasia, ho scelto di proposito quello del nostro Pontefice, molto vicino alla vita dei bambini meno fortunati, che Lui chiama “piccoli eroi della vita”.

Francesco, che compie cinque anni in questi giorni, però, è meno fortunato due volte: la prima perché affetto da una malattia di origine neurologica, la seconda perché “il bambino ha bisogno di una particolare protezione e di cure speciali, compresa un’adeguata protezione giuridica sia prima che dopo la nascita” – come recita uno dei diritti, stipulato nel 1959, dalla Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia – ma che il governo italiano, cui ha aderito con legge del 27 maggio 1991, n. 176, allo stato dei fatti, sembrerebbe non garantire, contravvenendo a un accordo internazionale.

Il “piccolo eroe della vita”, Francesco, nato settimino, a giugno del 2010, da cinque anni, infatti, paga lo scotto di avere una mamma che di mestiere ha scelto di servire e proteggere quello stesso Paese che non garantisce la protezione che un genitore deve al suo bambino.

E veniamo ai fatti.

La mamma di Francesco è il caporal maggiore capo dell’Esercito Italiano Marianna Di Luzio, classe ’83, diploma scientifico, arruolata nel 2001, in servizio al Reparto Comando e Supporti Tattici “Friuli” di Bologna; una campagna in Iraq e diversi campi in Italia e all’estero. Il padre di Francesco, però, al momento della nascita del piccolo aveva il suo lavoro a Bari, comune di residenza dei coniugi. Quindi, i bambini, Francesco è il secondogenito, restavano con il papà.

La già non semplice situazione familiare di Marianna si aggrava quando la salute del “piccolo eroe” peggiora poco dopo aver compiuto un anno, in seguito alle partenze della mamma, che doveva tornare al lavoro a Bologna e comincia a manifestare risvegli notturni, a non mangiare più, ad avere crisi di pianto; sintomi tipici della depressione, dicono i pediatri, che più volte sottolineano di evitare di spostare la figura materna dal bambino, che si ripercuotono sulla sua personalità quando poi Francesco comincia a frequentare la scuola.

“Il bambino viveva una situazione di forte disagio e tensione emotiva… Tanto da renderlo triste, insicuro e demotivato”. Quando le maestre gli chiedono cosa avesse, Francesco rispondeva “voglio mamma e ho paura che quando torno a casa, mamma non c’è”. Scrivono le maestre ai genitori. Marianna, ora più che mai, sente la necessità di stare accanto ai suoi bambini, a Francesco in particolare. E chiede l’applicazione dell’art. 42-bis del D.Lgs. n. 151/2001, che regola l’istituto del trasferimento temporaneo.

«Dovevo fare la spola da Bari a Bologna – racconta Marianna ad Ambient&Ambientie dovevo affrontare la malattia del bimbo. Partivo di notte per non farmi vedere mentre andavo via. Presa dallo sconforto, mi rivolsi al tribunale amministrativo. Il TAR dell’Emilia Romagna, a dicembre 2011, decideva la sospensiva di tutti i provvedimenti dell’Esercito e ordinava il mio trasferimento in una sede di Bari».

Ai sensi dell’art. 1493 del Codice dell’ordinamento militare, il Tribunale Amministrativo decreta che la normativa vigente per il personale delle Pubblica Amministrazione in materia di maternità e paternità si può applicare anche al personale militare femminile e maschile e di conseguenza i giudici hanno dichiarato applicabile al caporal maggiore Di Luzio l’art. 42 bis del D.lgs. n. 151/2001.

La sentenza n. 238/U, depositata il 2 aprile 2012 dal TAR di Bologna, però, costituisce un “inaccettabile precedente”, scrive lo Stato Maggiore Esercito, che fa appello al Consiglio di Stato e chiede la sospensione dell’esecuzione della decisione del TAR.

marianna di luzio - iraq

Il caporal maggiore capo Marianna Di Luzio, di guardia alla sua postazione durante la campagna in Iraq

«Sto pagando la pena di aver creato un precedente – lamenta Marianna -. Io l’ho fatto per i miei figli. Che poi la sentenza decreta che l’art. 1493 del Codice dell’ordinamento militare si debba applicare all’intero personale… Io volevo solo donare ai miei figli una famiglia unita».

Il TAR di Bologna, quindi, ad aprile 2012, ordina all’Esercito il trasferimento triennale del caporale Di Luzio in una sede di Bari. Marianna, perciò, prende servizio al Comando Militare Esercito Puglia, presso la caserma Picca, dove, ironia della sorte, la posizione organica relativa al suo stesso incarico era e rimane tutt’oggi vacante, mentre il caporal maggiore capo lo potrebbe ricoprire in via definitiva.

Lo SME chiede immediatamente al Consiglio di Stato la sospensiva della sentenza del TAR ma a giugno 2012 il Consiglio di Stato rigetta il ricorso del ministero della Difesa perché «sul bilanciamento degli opposti interessi, i miei presupposti erano più gravi dei loro». Quindi, a Luglio 2013, anche «il Consiglio di Stato – con sentenza di merito – sancisce l’applicazione del 42-bis a tutto il personale militare, perché inserito nel Codice dell’ordinamento militare e condanna il ministero della Difesa al risarcimento del danno patito da mio figlio nella misura di 10mila euro, per non aver dato esecuzione all’ordinanza del TAR emessa a dicembre 2011».

Tutto sembra andare per il meglio, quando un altro macigno si abbatte sulle spalle di Marianna: a febbraio 2013 si separa dal marito. «Il bambino crolla perché non aveva fatto in tempo a riprendersi dall’allontanamento della figura materna che adesso deve convivere con il distacco della figura paterna. E con lui, anche mio figlio più grande, molto attaccato a suo padre».

Da gennaio ad aprile del 2014 c’è un susseguirsi di istanze burocratiche, cui lo Stato Maggiore Esercito non dà seguito alcuno. Nel frattempo, però, «le patologie di mio figlio continuavano ad aggravarsi, come certificato dai neurologi dell’ospedale pediatrico Giovanni XXIII di Bari -, continua il suo racconto Marianna -. Tanto che il medico scriveva nel referto di “non allontanare la mamma, pena un grave danno psicofisico al bambino”».

Prima che scadano i tre anni di trasferimento temporaneo, Marianna assistita dagli avvocati Giuseppe Chiaia Noya e Adriano Garofalo, si rivolge, per competenza, al TAR Puglia, questa volta. Francesco intuisce quando la mamma parla al telefono del suo trasferimento e «l’aver visto mio figlio con le dita nelle orecchie mi ha fatto cader le braccia».

Il tribunale barese intima allo SME di rispondere alle istanze del caporal maggiore capo Di Luzio ma il comando ribatte dichiarando inammissibili le istanze di trasferimento. L’intervento dell’Osservatorio Militare, coordinato dal dottor Domenico Leggiero, riesce a richiamare l’interesse del ministro della Difesa Roberta Pinotti sulla questione. Il caporale ottiene una prima proroga di due mesi e il 3 giugno scorso un’altra ancora sempre di due mesi ma sempre all’ultimo minuto. Non solo.

Nel frattempo il caporale nelle sue istanze ha segnalato agli alti comandi che sua madre si sta curando da una grave malattia e deve andare fuori Bari per la terapia, pertanto, le viene a mancare anche il suo supporto. Ma questo fa sì che il Dipartimento impiego del personale, a Roma, risponda che, ora, ha bisogno valutare la situazione clinica della madre di Marianna, prima di decidere la movimentazione di quest’ultima.

Perché? Si chiede Marianna! «Devo badare ai miei due bambini, che hanno l’affido condiviso ma con il collocamento prevalente da me. Devo cercare di gestire i miei figli senza, tra l’altro, far sentire loro la mancanza del padre. E, paradossalmente, devo sperare che mia madre stia male per poter restare accanto ai miei bambini? Anch’io sto male, non dormo più la notte. Ma, nonostante tutto, vesto con orgoglio la mia divisa, ci tengo».

Siamo quindi giunti a giugno 2015; tutt’oggi il contesto è ancora bloccato. Una situazione che pesa molto sui due bambini, la cui sola colpa è di essere figli di un soldato che serve il suo Paese; e pesa soprattutto su Francesco che avverte i momenti di sconforto, di irrequietezza della mamma. Un frangente che nuoce sempre di più al “piccolo eroe della vita”.

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