Una mattina d’estate a Torre Guaceto

Alle sei del mattino, quando il disco arancione del sole spuntando dall’orizzonte sul mare, inizia ad alzarsi nel cielo azzurro, a Torre Guaceto, ho la sensazione di vivere il primo mattino del mondo. Tutto sembra nuovo, intatto, profumato, fresco. Il vento di terra, il Favonio, come lo chiamavano i greci, non è caldissimo, è dolce, accarezza la pelle e spinge il mare al largo rendendolo docile, calmo, d’una calma apparente mosso solo da una leggera risacca percepibile a riva.

La natura si sveglia. I granchi iniziano a piluccare le alghe a pelo d’acqua. I pesci affamati s’accalcano a riva intorno agli scogli e nelle pozze. I polpi si rintanano dopo una lunga notte. Le meduse si lasciano ondeggiare sotto il pelo dell’acqua. Le alghe, verdi, piatte e lunghe ondeggiano sott’acqua seguendo e distendendosi nelle correnti marine d’acqua fresca. Attinie curiose s’attaccano amichevolmente alle mie mani, come per un saluto, lasciandomi subito. Conche di roccia essiccate dal sole conservano strati di sale puro e fine.

Sono nella parte della riserva naturale, dove le rocce della costa merlata si fondono alle spiagge piccole e alternate, a forma di mezzaluna, modellando tutta la costa sino a raggiungere la Torre più a sud e il grande bacino al centro dell’area protetta. A lato delle spiagge di sabbia fine e granulosa quotidianamente il vento sbriciola soffiando sulle dolci rocce che si sgretolano sotto i miei occhi; una macchia mediterranea fitta di lentischi, capperi, pini d’aleppo, juniperus, rovi di more, creano l’unica zona ombreggiata dove tutta la fauna locale si ripara all’aumentare lento e continuo della calura. Un’ombra ospitale solo per gli animali che sanno attraversarla, viverla, immergendosi nel verde fitto. Per me, non c’è scampo, non c’è ombra sotto cui ripararsi.

«… il vento soffia sulle dolci rocce che si sgretolano sotto i miei occhi…»

M’incammino a piedi seguendo il limite del bagnasciuga tra la terra e il mare, un limite fisico, sempre diverso nella sua forma si disegna sulla sabbia in modo morbido e continuo con bollicine di schiuma di mare che, per poco tempo, rimangono intatte. Davanti a me piatta, liscia, senza impronte, la spiaggia sembra non esser stata mai attraversata dall’uomo. Raccolgo conchiglie bianche, rosate, rigate d’un rosso/marrone; hanno un caratteristico foro piccolo nella parte più concava del guscio. Un foro che si crea naturalmente allo strofinio continuo sulla sabbia. Ne raccolgo a decine, le più belle e sane le scelgo per infilarle in una lunga striscia d’alga marina ancora verde, annodandole, una per una, per non farle sovrapporre troppo tra loro.

Mi creo una collana di conchiglie con filo d’alga che, indossandola sul petto nudo, camminando, produce un tintinnio di gusci, freschi al contatto con la pelle. Sento d’appartenere alla terra, alla natura del luogo, attraverso un oggetto creato con pezzi della natura. Mi sento un indigeno. Un uomo capace di assaporare dettagli e profumi di una terra integra.

Cammino verso sud, una sfida con me stesso verso mezzogiorno, ogni quaranta passi devo immergermi in mare per far fronte al caldo e alla potenza dei raggi del sole. Tuffandomi in prossimità d’uno scoglio, noto ciuffi di cozze nere spontanee; con l’aiuto d’un sasso piatto e tagliente, ne stacco alcune dalla roccia e con un grosso sasso tondo e pesante rompo il guscio. Appare il frutto arancione con i bordi neri. E’ un frutto di mare succulento e gustoso, ma non è per me, le ho pescate, insieme ad altre, per i pesci che a quest’ora sono ancora sotto riva tra gli scogli per nutrirsi. Le lancio in acqua a spaglio; in pochissimo tempo l’odore si espande e si diffonde nell’acqua; da ogni direzione spuntano dal pelo lucido e azzurro dell’acqua pesci di varie dimensione e colore; a raggiera, saltellano luccicanti e guizzanti intorno al frutto di mare, cercando di morderlo. E’ una festa. E’ una festa della natura nella riserva marina. Siamo a Torre Guaceto ed è una bellissima giornata d’estate, la più calda degli ultimi cento anni.

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