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Un Programma regionale per la pietra a secco *

L’architettura rurale ed in particolare  quella in “pietra a secco” incontra in Puglia notevoli problemi per la sua salvaguardia. Questo accade per una serie di motivi:  non esiste più quell’economia rurale che li ha generati;  le norme urbanistico-edilizie contrastano la conservazione; le esigenze abitative sono mutate; la manutenzione ed il recupero hanno costi elevati; manca manodopera specializzata;  un turismo di rapina ne fa uso indiscriminato;  edifici, costruzioni  e insediamenti  sono abbandonati o depredati.

In questi anni si è pensato che con la pianificazione paesistica, le leggi regionali, i vincoli monumentali o in alcuni casi i “parchi rurali” si potesse tutelare questo patrimonio culturale diffuso, ma così non è stato, almeno in Puglia.  Solo nel 2003, per la prima volta, è stata emanata la legge nazionale,n.378, per la tutela e valorizzazione dell’architettura rurale e in seguito anche un decreto ministeriale nel 2005, che individuava le tipologie di architettura rurale, gli interventi ammissibili a contributo, le specifiche tecniche per gli interventi sugli edifici ed anche sulle aree circostanti e le colture tradizionali. Il governo nazionale demandava alle regioni la predisposizione di Programmi d’intervento triennali per accedere ad un fondo nazionale ripartito tra le diverse regioni. I fondi, dapprima accantonati, poi non utilizzati, sono stati ripresi nel dicembre 2008 con una direttiva del Ministero per i Beni e le attività culturali, che ha riproposto la tematica della tutela e valorizzazione dell’architettura rurale.

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A questo punto, come studiosi della tematica, ci siamo chiesti come si poteva predisporre un Programma d’interventi per la Puglia che potesse invertire la tendenza in atto, innescando meccanismi virtuosi e premiali. Le proposte  avanzate alla Regione partono dal censimento raccolto in un GIS per le diverse tipologie di architettura rurale (edifici, costruzioni, insediamenti) realizzate tra XIII e XIX sec., che  ricadano prioritariamente in aree a vincolo paesaggistico o aree naturali protette, che siano di proprietà pubblica e/o privata, purché occupate da agricoltori. Si è ipotizzato anche un finanziamento massimo del 40% della spesa ammissibile per ogni intervento e che fosse adeguato al  tipo d’intervento (intero edificio, solo una parte o l’edificio e le aree di pertinenza).  Ulteriori proposte sono state quelle di acquisire alcuni edifici per creare un demanio comunale della “pietra a secco”, da usare come casa-parcheggio, dove sperimentare progetti pilota, validare il prontuario del recupero ecologico, formare le maestranze e i tecnici locali. Questo tipo d’incentivi regolati possono, meglio di altri strumenti impositivi, innescare una nuova economia legata alla tutela, al recupero e alla valorizzazione della tradizione costruttive rurali in “pietra a secco”.

*Questo articolo è il risultato dell’intervento tenuto alla  V Trobada d’estudi per a la preservació del patrimoni de pedra en sec als Països Catalans (Palma, 23, 24, 25 ottobre 2009) dall’Arch. Giacinto Giglio, Rappresentante ONG Ambiente nel CdS PO Puglia 2007-2013.

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