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Un desiderio di città: la lezione “di frontiera” di Marc Augè

«Esiste ancora un desiderio di città?» Una domanda sicuramente impegnativa, soprattutto se fatta in una città come Bari, che vede convivere al suo interno fughe “in avanti” verso l’elaborazione di spazi urbani sempre più attrattivi, e situazioni di disagio ben percepibili nelle sue periferie. Ed è una domanda cui, forse, solo l’etnologo e antropologo francese Marc Augè poteva cercare di dare una risposta significativa. Lo ha fatto proprio da Bari insieme agli architetti Alessia De Biase e Pietro Zanini, nella conversazione di Frontiere – La prima volta, tenutasi recentemente a Bari nell’ex Palazzo delle Poste, nell’ambito della rassegna organizzata nel capoluogo pugliese da Apulia Film Commission.

L'ex Palazzo delle Poste di Bari, sede della rassegna "Frontiere"

«Sin dall’Ottocento, infatti – ha spiegato il celebre studioso francese – c’è sempre stato un desiderio di città, da parte di coloro che lasciavano il loro paese per far fronte da soli ai rischi della libertà umana, intesa in rapporto ai vincoli della vita tradizionale e del suo ordine». Un desiderio spesso ingannevole e ben presto disilluso, nella misura in cui nuovi obblighi e forme ben più pericolose di solitudine e di alienazione si presentavano nello spazio urbano. Ma oggi, in un mondo dominato dalle logiche centrifughe del decentramento e della delocalizzazione, che contribuiscono a «stracciare  – ha detto il celebre antropologo francese – il tessuto urbano», e in cui l’urbanizzazione ha ormai mostrato da tempo tutti i suoi limiti e le sue mancanze (alto tasso di congestione e inquinamento, periferie degradate, anonimato dei rapporti sociali, disfunzioni amministrative, ecc.), è ancora possibile parlare di un desiderio di città?

Marc Augè alla scoperta di Bari

I relatori protagonisti della tavola rotonda di Frontiere sono convinti di sì, anche se non c’è dubbio che oggi il nostro desiderio di città sia profondamente mutato e abbia assunto implicazioni e sfumature completamente diverse. Nell’immaginario collettivo, così come nella prassi sociale, l’urbanità continua ancora, nonostante tutto, a incarnare un ideale positivo; milioni di persone nel mondo persistono, con una certa dose di ostinazione, a prediligere la vita in città; i nostri centri urbani sono tuttora meta di ingenti flussi migratori che, guidati dal desiderio di una realtà “altra” rispetto a quella di partenza, costantemente ne ampliano i confini e ne stravolgono il volto. Non si può, dunque, negare che, seppure in maniera inedita e affatto diversa rispetto al passato, le città continuino ad esercitare un’incomprimibile forza di attrazione, forse agente a livello inconscio, che ne fa l’oggetto del desiderio di un numero crescente di persone.

Un'immagine degli scontri che dal 2005 si susseguono nelle banlieues di Parigi

Verso una nuova idea di “frontiera” – Eppure le nostre città sono spesso caratterizzate da una mobilità sociale «bloccata» – come ha notato giustamente Augè – , incapace di tenere il passo con l’accresciuta mobilità spaziale; molti centri urbani, ormai sempre più multietnici e multiculturali, sperimentano gravi problemi di integrazione e vedono spuntare al proprio interno nuove frontiere che, prepotentemente, ne frammentano lo spazio sociale, andando a sommarsi alle tante frontiere esterne; sempre più spesso, le grandi metropoli sono popolate da individui anonimi e reciprocamente indifferenti che, grazie alle nuove tecnologie della comunicazione (internet, cellulari e via dicendo), sono molto più “altrove”, di quanto non siano realmente presenti e radicati nel “qui ed ora” dello spazio urbano.  Per non parlare di tutte le difficoltà che si trovano oggi ad affrontare le periferie urbane, le cosiddette banlieues, che negli ultimi anni sono state spesso al centro della cronaca nera e il cui stesso nome evoca, in francese, l’idea della distanza, del mettere al bando, in sostanza di nuove frontiere che complicano il rapporto tra il dentro e il fuori.
 
Come porsi, allora, di fronte a tutte queste criticità, conciliando la ricerca di una nuova urbanità con i profondi cambiamenti di scala indotti dalla globalizzazione? Una ricetta compiuta e universalmente valida, purtroppo, non esiste; ma se è vero che la libertà individuale può trovare piena espressione solo in un ambiente urbano vivibile e aperto e che il senso di appartenenza deve necessariamente passare attraverso «la conoscenza e il riconoscimento del luogo in cui si vive», forse la chiave di volta per fare delle nostre città dei luoghi realmente abitabili e riconoscibili, piuttosto che dei non-luoghi anonimi e semanticamente muti (o peggio ancora, ingannevoli), può essere rappresentata proprio da una nuova idea di frontiera. Una frontiera intesa come spazio privilegiato di inclusione anziché di esclusione, come «cerniera» che unisce piuttosto che dividere, come «luogo di passaggio e di contaminazione», in cui interno ed esterno trovano una sintesi nuova e sempre aperta.
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