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U. Dotti, Storia degli intellettuali in Italia, I, Editori Riuniti, 1997

La città, nella nuova età d Giovanni Boccaccio, non è più intesa come la presenza di una collettività morale e neppure, come in Dante (…), come nostalgia di tale morale collettività. Essa viene essenzialmente avvertita o come luogo di incivilimento e sede di begli spiriti che sanno persino riprodurre, talvolta a loro modo, gli antichi ideali cavallereschi (…); oppure come il luogo in cui la vita viene gettata allo sbaraglio e il singolo si compiace nell’affrontare i pericoli e nel superarli, di sentirsi padrone di sè e del proprio destino (…).

E’ proprio l’ambiente cittadino quello che nel Decameron fa accendere tanto le multiformi passioni degli uomini quanto i casi che imprevedibilmente ne conseguono, onde il male e il bene, l’azione corrotta come quella virtuosa si tingono dello stesso colore che possiede ogni comportamento di cui la vita si forma; quella vita cittadina, si direbbe, nei cui angoli, come nelle strade buie della Napoli di Andreuccio, sembrano continuamente palpitare il delitto e l’amore mercenario (…).

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