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Trattamento acque reflue, si possono ripulire dagli inquinanti

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trattamento acque reflue ricerca bari
elementi inquinanti dei coloranti tessili estratti dalle acque reflue

Una ricerca dell’Università di Bari, del CNR e di un gruppo di partner spagnoli ha permesso di ripulire, recuperare e riutilizzare gli scarti inquinanti del settore tessile dalle acque reflue

Una nuova frontiera si apre nel trattamento delle acque reflue, che presto potrebbero essere ripulite da ogni inquinante, diventando pure. È un’affermazione forte e fantasiosa, ma le ricerche in tal senso oggi in corso nel Dipartimento di Chimica dell’Università di Bari ci fanno “azzardare”.

acque reflue ricerca bari
Il gruppo di ricerca UNIBA-CNR
Da sinistra il dott. Vito Rizzi, la prof.ssa Pinalysa Cosma, la dott.ssa Paola Fini e la dott.ssa Paola Semeraro

La prof.ssa Pinalysa Cosma, Associato di Chimica Fisica del Dipartimento di Chimica dell’Università di Bari, la dott.ssa Paola Fini, Ricercatrice dell’Istituto Processi Chimico-Fisici del CNR, e gli assegnisti di ricerca dott. Paola Semeraro e Vito Rizzi, stanno conducendo una serie di ricerche per ripulire le acque reflue da prodotti inquinanti.

Nel 2013, il gruppo della prof.ssa Cosma, grazie ad un finanziamento europeo, ha aderito al Programma Life+ 2012 in collaborazione con alcuni partner spagnoli. Il gruppo di Bari era l’unico partner italiano mentre il capofila del progetto era proprio una società di servizi che si occupa del settore tessile. Il lavoro è terminato nel 2015 ma visti gli ottimi risultati ottenuti ha spinto il gruppo della prof.ssa Cosma a continuare le ricerche.

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Pulire l’acqua con le ciclodestrine

acque reflue ricerca bari
elementi inquinanti dei coloranti tessili estratti dalle acque reflue

«Lo scopo – ci spiega la prof.ssa Cosma – era quello di utilizzare dei materiali biocompatibili, che sono le ciclodestrine, per eliminare i contaminanti colorati, le molecole colorate che costituiscono la base del fissaggio dei tessuti, dalle acque reflue. Spesso è una cosa difficile da fare perché alcuni di questi coloranti sono definiti “recalcitranti”: infatti non si riesce ad eliminarli in nessun modo».

«Le ciclodestrine – continua Cosma – sono delle macromolecole naturali che vengono prodotte per via enzimatica e sono zucchericiclici, sono praticamente delle strutture cicliche capaci di avere una cavità interna in grado di allocare delle molecole di opportune dimensioni o parti di esse. In questo modo, si possono eliminare dall’acqua, costringendole a strutturarsi in maniera differente. Le ciclodestrine poi sono state strutturate in modo da poterle inserire nel tessuto industriale per eliminare i coloranti.

«Il progetto ora è finito – chiarisce la dott.ssa Fini – La cosa positiva è che, grazie alle ciclodestrine, dopo essere riusciti ad inglobarle siamo riusciti a far anche rilasciare i coloranti, recuperandoli così per riutilizzarli con altre stoffe. Si è creato così il riciclo».

La tecnica pilota in un’azienda spagnola

Dunque il progetto è finito; resta da chiedersi se questa tecnica oggi è utilizzata dalle aziende. «C’è un prototipo industriale funzionante in Spagna – conferma Fini – nella ColorPrint. Loro di fatto la utilizzano per depurare le acque prima di riversarle. È ora in attesa della commercializzazione su larga scala. Per fare ciò, è evidente, sono necessari investimenti».

«La realizzazione del prototipo non è costosa – spiega la dott.ssa Semeraro – costoso invece è il materiale per sintetizzare il polimero, ma il vantaggio è che si può utilizzare molte volte, risparmiando così sui costi dei coloranti e sulle quantità. L’altro vantaggio è il rispetto dell’ambiente, che ha un costo notevole. Tolta la spesa iniziale, le aziende possono rientrare e risparmiare rapidamente sui costi».

Sansa, chitosano e alginato per il trattamento delle acque reflue

«Ora – conclude Cosma – stiamo cercando altri materiali per purificare l’acqua. Stiamo sfruttando la sansa esausta come materiale assorbente. Pur essendo inquinante, si può trasformare in pellet da utilizzare come combustibile. Essendo prodotta in grande quantità, la possiamo ottenere a basso costo. In questo caso il problema è ottenere il completo riciclo sia dell’assorbente e sia del colorante; in alcuni casi ci siamo riusciti, recuperando il 100%, in altri casi abbiamo raggiunto l’80%. Stiamo usando anche il chitosano, prodotto dai gusci dei crostacei, e l’alginato, prodotto dalle alghe, per abbattere i costi iniziali. In particolari condizioni, possono essere utilizzati come bioassorbenti. Questi prodotti sono molto più economici dei polimeri di ciclodestrine. Questi esperimenti sul trattamento delle acque reflue continuiamo a farli per conto nostro, in economia, perché non ci sono ora fondi per queste ricerche».

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