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Trani: il Castello e l’architettura “gentile”

Sono a Trani, nel Castello Svevo. Nel passeggiare tra i cortili e le stanze vuote, ma piene di storia, il luogo fa giungere alla mia memoria strali di poesia. Non una qualsiasi, bensì una specifica, la poesia d’arte, quella poesia nata dalla Scuola Poetica Siciliana. Lo stesso Federico II si adoperò e si dilettò, ritagliando il tempo a guerre e assedi, a scriver poesie, ed una in particolare mi torna, scritta per una dama della sua corte: “  …Canzonetta gioiosa / va a la fior di Soria, / a quella c’à in pregione lo mio core: / dì a la più amorosa, / ca per sua cortesia / si rimembri de lo suo servitore, / quelli che per suo amore va penando / mentre non faccia tutto il suo comando; / e priegalami per sua bontate / ch’ella mi degia tener lealtate. (Federico II)”.

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Uno scorcio del Castello svevo voluto dall’imperatore Federicoi II a Trani

Una poesia, insieme ad altre, che ha posto le basi al Dolce Stil Novo fiorito più tardi, sulle solide basi della Scuola Poetica Siciliana e da cui attinse e perfezionò un’idea specifica e sentita del concetto d’amore: “…L’amore, non è brama terrena, ma il mezzo con cui il cuore gentile, cioè nobile, si leva alla contemplazione della perfezione divina. E’ la sola via per cui quel tanto di nobiltà che la natura ci pone, in stato potenziale, nell’anima si attui e si dispieghi in tutto il suo vigore. La donna non è oggetto di desiderio sensuale, ma una creatura angelica, che con le somme perfezioni, che emanano dalle sue virtù e dalla soavità armoniosa della sua bellezza, leva l’anima a Dio, sciogliendola da ogni miseria e bruttura terrena. Amore è dunque attuazione, attraverso l’incanto della bellezza e della perfezione della donna, di quella nobiltà che potenzialmente la natura pone in noi: nobiltà che non deriva dalla grandezza della nascita, ma è intrinseca e nativa qualità dell’anima…(Mario Sansone)”.

Se il pensiero nobile dell’Imperatore e della sua corte hanno sospinto i poeti e Federico II verso tali intuizioni, si comprende come le stesse pietre del Castello Svevo di Trani, cavate, tagliate, sbozzate e modellate in loco, hanno raccolto nelle forme generali e particolari; nelle mensole figurate, negli intagli, nelle cornici di pietra, tutta una concezione della bellezza e dell’architettura che si sintetizza in forme “nobili”, semplici, nuove. Forme architettoniche che, come la poesia, attingevano ad una fonte intellettuale, mentale, d’alto pensiero, già esistente nella poesia e nella letteratura del periodo e nel pensiero migliore della corte di Federico II.

La Scuola Poetica Siciliana, dunque, non solo pose le fondamenta della viva e varia letteratura italiana nel XIII secolo, ma ha informato e formato il pensiero di molti uomini alla corte dell’Imperatore che, attingendo ad un pensiero e ad una letteratura feudale e cortigiana, ha trasferito, nelle forme architettoniche, quella dolcezza, quella purezza di forme semplici e forti, intercettate nella letteratura in latino ed in volgare di opere storiche, morali e didattiche derivanti da antecedenti composizioni provenzali che accendevano il cuore e soprattutto, l’immaginazione.

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Castello svevo di Trani, particolare del fregio

A tutto ciò si aggiungevano, nel panorama castellare: giullari, saltimbanchi e musici che rappresentavano e recitavano canti lietamente sboccati e spensierati, da cui si può avere un’idea dell’operosità culturale del periodo, costituendo così, in Italia, una prima scuola italiana di poesia, con la coscienza dei suoi fini e quindi di una prima tradizione letteraria, a cui parteciperanno un gruppo di scrittori non solo siciliani, ma d’ogni parte d’Italia, i quali vissero alla corte di Federico II.

Una scuola che, attraverso il comporre formava un pensiero collettivo in cui, poeti siciliani, portatori di un’antichissima lirica in terra siciliana, che in età normanna aveva già ricevuto e metabolizzato tutta una letteratura francese che si ricuciva intorno alla corte del Re di Sicilia (titolo regale di Federico II), non facevano solo professione di poesia, come i trovatori provenzali, ma erano giudici, notai, funzionari, architetti, filosofi, astronomi, i quali scrissero d’amore secondo i modelli e gli schemi della poesia provenzale e persistevano in loro le medesime concezioni cortigiane, i medesimi schemi psicologici, il medesimo ruolo di raffinatezza che non si espresse solo in poesia, ma tracciò, in linea generale, un fervido e nuovo sentimento, un’espressione di cultura raffinata e una consuetudine di gentilezza: un mondo di cultura letteraria, artistica e architettonica gentile che si trasferì in tutte le arti dell’ambiente feudale e della corte di Federico II e che improntò e formò una sensibilità d’animo degli autori e una cultura architettonica leggibili, ancora oggi, nelle pietre scolpite del Castello Svevo di Trani.

(le foto sono di Domenico Tangaro)

Bibliografia:

Carl Arnold Willemsen, Federico II e il Circolo dei suoi poeti, B.P.A. edizioni, Andria (BA), 1982.

Mario Sansone, Storia della Letteratura Italiana, Principato Editore, Milano, 1973.

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www.domenicotangaro.it/biografia

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