Terremoto in Irpinia. Marco Tassielli: io c’ero

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Ringraziamo per le foto Marco Tassielli

Una squadra di registi, giornalisti, tecnici, funzionari della Rai parte da Bari poche ore dopo le scosse di terremoto dl 23 novembre. Il racconto dei giorni immediatamente successivi al sisma fatto da Marco Tassielli, che faceva parte di quel gruppo

Marco Tassielli, funzionario RAI da poco in pensione, era già sul posto come tecnico del suono insieme ad altri 14 tra giornalisti, registi, tecnici poche ore dopo le prime scosse di terremoto che sconvolsero Campania e Basilicata. Questo il suo racconto dei giorni passati tra macerie, desolazione, paura che si rinnovava ogni volta che la terra tremava. Un racconto “in presa diretta” asciutto, ma pieno di tensione e commozione per quello che succedeva di ora in ora, diventato un documentario che la testata giornalistica regionale trasmette oggi.

Da Bari a Pescopagano

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L’ora del sisma fissata dall’orologio della chiesa a Pescopagano nella foto di marco Tassielli

«Già dalla sera del 23 novembre, appena vedemmo le prime immagini mandate dalla sede RAI di Potenza capimmo già l’entità della situazione; poi tramite le notizie che arrivavamo dalle prefetture si capì ancor di più l’importanza dell’evento. Così  ci mettemmo in contatto subito tra di noi e ci organizzammo per partire il prima possibile. Ci muovemmo da Bari il 24 in 15  tra giornalisti tecnici, funzionari registi, operatori a bordo di un mezzo pesante di produzione televisiva, un tricamere.

«Come punto di riferimento scegliemmo Pescopagano perchè era praticamente al centro della zona zona colpita, che era molto vasta,  ma anche perché il centro trasmittente RAI di Montevergine, vicino Avellino, era bloccato. Arrivare lì fu difficilissimo: trovammo di tutto, frane, faglie aperte, strade diroccate, ponti crollati, e la difficoltà era aumentata dal fatto che ci muovevamo con un mezzo pesante come il tricamere, grande quasi quanto un TIR. Fummo i primi ad  arrivare a Pescopagano, alle prime luci dell’alba; era ancora buio e non riuscivamo a vedere i paesi intorno. Trovammo la piazza del paese completamente piena di persone che non avevano più lacrime e tutt’intorno case diroccate e gente ancora sotto le macerie».

Dai luoghi del sisma le prime trasmissioni

«Noi installammo tutte le attrezzature per le trasmissioni RAI  in questa piazza. C’era gente intorno che accendeva il fuoco con le stesse masserizie delle case, gente che non aveva nulla addosso o quasi, perché era scappata di casa alle prime scosse così come si trovava. La domenica del terremoto  era stata una giornata strana, calda per essere novembre. Il giorno dopo cominciò a scendere la temperatura in una maniera incredibile; alcuni giorni dopo arrivò persino la neve. Immaginate cosa era per questa gente non avere casa, non avere nulla e avere soltanto un fuoco davanti.

«Mancava l’energia elettrica, ovviamente. I nostri colleghi si organizzarono al meglio con i gruppi elettrogeni e in poche ore organizzammo la rete Una volta installate e collegate le apparecchiature ci mettemmo finalmente in comunicazione con la rete italiana  e cominciammo a mandare le prime immagini scioccanti: scioccanti perché erano nude e crude, senza montaggio. Erano passate quasi 20 ore dall’evento».

Intorno, macerie

«Man mano che faceva giorno, la situazione si chiarì in tutta la sua gravità. Dopo aver passato la notte all’addiaccio senza dormire, cominciammo con un binocolo a guardare i centri intorno: Lioni, Conza della Campania, Sant’Angelo dei Lombardi, erano un ammasso di rovine e macerie. A quel punto con i colleghi uscimmo da Pescopagano e andammo in quel che restava di quei paesi per  vedere dove mandare le troupes. Ricordo ancora i colleghi, Giampiero Bellardi, che durante una diretta si trovò nel mezzo di una scossa, Tito Manlio Altomare, Damiano Ventrelli, e tanti altri con cui  ci organizzammo per riversare e montare al meglio il materiale all’interno del tricamere, da dove partirono le notizie dirette non solo al servizio nazionale ma anche all’estero».

I soccorsi

«Siamo rimasti nella zona del terremoto più di 2 settimane in una situazione a dir poco assurda. Non c’era nulla, tutto distrutto. Non c’era corrente elettrica a Pescopagano, portammo noi la luce in quel paese. Appena spegnevamo le nostre luci calava il buio. Un silenzio assordante.

«Noi siamo andati in diretta a vedere e filmare la gente tirata fuori dalle rovine. Anche noi abbiamo scavato a mani nude, non c’erano organizzazioni, la Protezione civile non esisteva. Qualche giorno dopo il sisma arrivò il Genio Civile che preparò un campo tenda ma dopo poco tempo per via della pioggia e della neve diventò un pantano. Sono rimasto molto turbato: non essendoci organizzazione, non essendoci le strutture base, c’era difficoltà anche nel passare tutto quello che arrivava da tutta Italia: coperte, cibo, roulottes offerte da privati cittadini; tanta gente era venuta spontaneamente per scavare, per liberare la gente e portare aiuto e conforto:, ma era tutto disorganizzato. Arrivavano camion che chiedevano a noi della RAI dove andare, come arrivare in quello che restava dei paesi. Nella assenza di organizzazione diventammo un centro di informazione e coordinamento; dopo qualche giorno vene organizzato un centro di raccolta e catalogazione del materiale in un vecchio deposito di pullman della Sita.

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Novembre 1980, la distruzione (Foto Marco Tassielli)

«In Irpinia venne anche il presidente della Repubblica Pertini e dette a tutti  uno schiaffo morale: « Perché non vi date da fare? Possibile che la gente soffra in questo modo?» ci disse chiaro e tondo».

Metabolizzare il dolore

«Quando ero lì ho visto scene assurde, la terra che si muoveva come fosse acqua, un rumore sordo, i massi si muovevano come se fossero trottole. Ho scattato anche delle foto ma poi me ne sono quasi vergognato perché mi sentivo un turista, poi ho anche lasciato la macchina fotografica e mi sono messo anche io a scavare con le mani, a togliere i tufi sui corpi delle persone. Ho visto gente che ha dato l’anima per salvare le persone e questo mi è rimasto nel cuore.

«Questa vicenda ha mi ha condizionato la vita, perché da quell’esperienza ho deciso di lasciare ingegneria e iscrivermi a ea laurearmi in geologia. Ma ancora dopo 40 anni io vivo tremendamente queste cose al punto che fino all’anno scorso non volevo tirare fuori le foto le tenevo nel mio archivio fotografico. Le ho tirate fuori anche grazie al collega Damiano Ventrelli che come me  aveva fatto delle foto in quei posti. E’ stato un modo quasi per metabolizzare il dolore, per elaborare il lutto. Con queste foto abbiamo fatto anche una mostra l’anno scorso e ne stavamo organizzando un’altra a Pescopagano in occasione dei 40 anni dal terremoto ma purtroppo per il COVID abbiamo dovuto rimandare. Insieme a Damiano Ventrelli abbiamo realizzato anche un documentario “La terra trema”, che oggi il TG Puglia presenta alle ore 14,00 e alle 19,30.

«Il terremoto è stato una esperienza terribile. Ma forse grazie a lui sono nate tante cose, come la facoltà di geologia nell’università di Basilicata e l’organizzazione della Protezione civile: tutto sommato dal male è nato qualcosa di bello».

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