Terremoto in Irpinia. Cosa vide Moravia

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Nella foto di Marco Tassielli, l'orologio di Pescopagano fermo all'ora della prima scossa di terremoto domenica 23 novembre 2020

Spero che il ricordo ci faccia capire gli errori commessi, ma soprattutto ci faccia invertire una tendenza in atto e rilanci i nostri giovani e li formi ad una cultura critica, lungimirante, ricca di conoscenza e competenza. Ne va del nostro futuro

Ricordo la domenica del 23 novembre di 40 anni fa, le prime notizie frammentarie e concitate che le edizioni speciali dei telegiornali diffondevano. E ricordo la bellissima lezione che alla facoltà di Ingegneria dell’Università di Bari (allora non esisteva il Politecnico)  il mio docente di Tecnica delle costruzioni tenne il giorno dopo per poter spiegare a noi, sotto il profilo tecnico, cosa fosse successo (un terremoto in Campania e Basilicata del X grado della scala Mercalli, 6,5 della scala Richter). E le lezioni continuarono anche nei giorni successivi, con sempre maggiore dovizia di particolari. E ricordo le altre lezioni l’anno dopo, al corso di Complementi di Tecnica delle costruzioni. Il fascino delle lezioni e della chiarezza espositiva si univa allo sconcerto delle condizioni strutturali del nostro patrimonio edilizio. Era il 1980 e tanti passi sono stati compiuti da allora, anche se ci si rende conto di quanto ancora ci sia da fare. Serve soprattutto un cambio di mentalità ed una volontà di curare sempre più la cultura tecnica e scientifica, specie in un mondo che sembra voglia dare sempre meno spazi alla scienza e alla tecnica.

Alberto Moravia e il terremoto

Alberto Moravia in suo articolo apparso su L’Espresso del 7 dicembre di quell’anno – dal titolo “Ho visto morire il Sud” – scrive che “L’elicottero è un mezzo noioso, si sta sospesi sul paesaggio come da un balcone semovente; ma è certamente un mezzo istruttivo.” Consiglio a tutti di rileggere -o leggere – quel bellissimo pezzo di storia che il settimanale L’Espresso ospitò. È una intensa descrizione del nostro paese dall’alto, unita però alla tristezza del paesaggio attaccato e distrutto dalla forza indescrivibile della natura nemica dei suoi figli per essersi scagliata con una ferocia inaudita sulla gente e, soprattutto, sui rapporti umani, sul patrimonio culturale e residenziale e su ogni cosa che contraddistinguesse il paesaggio e la storia costruiti dall’uomo. Tutto distrutto in pochi attimi violenti, quasi a ricordare che il padrone di casa è la natura, non l’uomo.

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Alberto Moravia scrisse un articolo per L’Espresso del 7 dicembre 1980 dal titolo “Ho visto morire il Sud”

È molto significativo ciò che Moravia racconta e lo riporto tal quale, citando ancora una volta il settimanale L’Espresso che ha ospitato nel 1980 quel racconto di un giornalista, un cronista, uno scrittore, che affidò alle sue parole la descrizione di una desolazione, di una sofferenza, quasi a lanciare un monito che a 40 anni di distanza rimane ancora forte ed attivo. Moravia riporta l’accorato appello della gente di San Mango: “Qui nessuno ci aiuta, siamo abbandonati da Dio e dagli uomini, i Tedeschi, che sono Tedeschi, sono arrivati prima dei Salernitani; sulle strade fermano le ruspe per lasciar passare le macchine delle autorità; ci vogliono delle gru per tirar fuori i sepolti vivi ed invece ci mandano dei centri di rianimazione che per ora non servono a niente; in quei bar laggiù giocavano a biliardo, a carte, bevevano, chiacchieravano: tutti morti, settanta, ottanta; qui eravamo seimila, adesso siamo duemilacinquecento: gli altri o morti o sotterrati vivi; le quattro chiese: crollate; il municipio: crollato; la farmacia: crollata’”. E il sindaco dov’è? “Il Sindaco è morto“.

Le incertezze di oggi

Mi sembra di rivivere molte passerelle a cui assistiamo ancora oggi: il mondo sembra non essere cambiato neanche nel momento dell’emergenza COVID. E Moravia scrive ancora: “… domenica scorsa alle sette e mezzo il fremito e il boato del terremoto hanno percorso questa regione, distruggendo, in un attimo sterminatamente lungo, intere comunità(…) Eppure, gli aiuti non vennero in tempo (…) Ora perché questo fatale e incredibile ritardo? Che cosa ha impedito che l’urgenza della situazione giungesse fino al cuore di chi poteva provvedere?”

Anche qui si rivivono ancora molte incertezze dei nostri giorni, ma dal 1980 tanto è cambiato: la nascita della Protezione Civile, la nascita di una cultura della prevenzione, l’apertura a professioni e professionalità, quale quella dei geologi e degli ingegneri geotecnici, e tanto ancora. Non posso non dire che sono stati fatti dei passi avanti, ma tanto ancora poteva farsi e non si è fatto. Una riflessione profonda ci porta ad osservare come tanti aspetti si ripropongano ancora, a distanza di 40 anni.

Tra resilienza e speranza

Il nostro paese è vecchio, non è resiliente (per usare un termine oggi molto in voga), non si adatta come dovrebbe ai cambiamenti in atto. Il nostro paese dovrebbe, osservando la sua grande storia, ricordare che non si convive con i disastri, non si cercano soluzioni ai fatti che accadono, ma si previene e si anticipa il futuro, lo si costruisce, lo si condiziona. E ciò va fatto dando spazio al pensiero scientifico e tecnico, dando spazio all’onestà, dando spazio alla qualità e a chi è capace di vedere avanti, di vedere oltre, di vedere dove altri non vedono. Spero che il ricordo ci faccia capire gli errori commessi, ma soprattutto ci faccia invertire una tendenza in atto e rilanci i nostri giovani e li formi ad una cultura critica, lungimirante, ricca di conoscenza e competenza. Ne va del futuro: oggi abbiamo circa 200 miliardi di euro derivanti dal Recovery Fund che possono trasformare i prossimi 30 anni. Impariamo a utilizzarli.

Intanto consiglio di rileggere il bel racconto di Moravia su L’Espresso: ne vale la pena per ricordare, per farne memoria attiva, ma anche per trasferire ai giovani la cronaca di una tragedia e per invitarli a costruire il nuovo futuro.

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