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Taranto attanagliata da un dubbio amletico: ILVA, prima la salute o l’occupazione?

<p>Taranto - i funmi dell'ILVA sulla città </p>

Taranto - i fumi dell'ILVA sulla città

Taranto: Per la salute, rinuncerebbe al 75% del Pil? La salute prima di tutto! Certo, ma dal punto di vista economico, produttivo, occupazionale: quali sarebbero le conseguenze per la città dei due mari se al referendum promosso da «Taranto Futura» dovesse vincere il “partito” degli ambientalisti? Questi ultimi non sono disposti a cedere, tanto meno lo sono i sindacati e l’ILVA, imputata di aver “avvelenato” i tarantini. Già l’ILVA o ITALSIDER prima che il Gruppo Riva la rilevasse nel ’95, una delle più grandi industrie siderurgiche al mondo. 13 mila dipendenti diretti e 7 mila nell’indotto, 15 milioni di metri quadri di superficie, 200 chilometri di rete ferroviaria, 50 chilometri di strade interne, 9 milioni di tonnellate di acciaio solidificato. Che per oltre cinquant’anni ha “avvelenato” i tarantini… i terreni per venti chilometri intorno sono così contaminati che il presidente della Regione Puglia Nichi Vendola ha emesso un’ordinanza che vieta il pascolo.

<p>Taranto, il Mar Piccolo, sullo sfondo l'ILVA con i suoi fumi pericolosi</p>

Taranto, il Mar Piccolo, sullo sfondo l'ILVA con i suoi fumi pericolosi

Legambiente conferma che sono state abbattute 1200 pecore e capre perché è stata trovata diossina nel latte e nelle carni. Due anni fa lo stesso attuale proprietario, Emilio Riva, ha commissionato il «Rapporto ambiente sicurezza 2009» per dimostrare che quando il suo Gruppo ha rilevato l’acciaieria, questa «versava in condizioni critiche e poca attenzione era riservata alle problematiche ambientali», cosa che Riva, invece, ha inteso tutelare investendo nell’ecologia e nell’ambiente un totale di 907milioni di euro. Secondo il rapporto Riva, i risultati sarebbero ottimi: riduzione «del 70% della concentrazione di polveri nei fumi dell’agglomerato», di «oltre l’80% nelle emissioni globali di ossido di zolfo», «oltre il 50% delle emissioni di cloro», « 50% di emissione di diossine» ecc., inoltre il consumo di acqua industriale è stato ridotto in 15 anni «del 40%» e sulle acque di scarico sono stati «investiti 110 milioni di euro per una riduzione fino al 98-99% di alcuni inquinanti». E ancora: su 5.514 campionamenti monitorati dal ministero dell’Ambiente «solo 16 hanno superato il limite di concentrazione della soglia di contaminazione prevista per i suoli a uso commerciale e industriale». Tuttavia gli ambientalisti ammettono che sì, una riduzione dei danni c’è stata, ma non sufficiente. Secondo l’Agenzia per la Protezione dell’Ambiente, Taranto è la città più inquinata d’Italia, dove il 93% dell’inquinamento viene da polveri sottili di origine industriale e solo il 7% è costituito da quello di origine civile. I morti di cancro nel tempo sono raddoppiati. Secondo le rilevazioni di febbraio 2008 di Arpa Puglia, l’area a caldo emette 172 grammi/anno di diossina cioè quanto Spagna, Svezia, Austria e Gran Bretagna messe insieme. La mortalità per neoplasie, nei quartieri Paolo VI e Tamburi, i più vicini alla zona industriale di Taranto, presentano valori di mortalità quasi tripli rispetto ad aree più distanti. Cosa fare allora? La salute prima di tutto, abbiamo detto all’inizio di questo articolo, va detto anche, però, che è improbabile che lo Stato, invocato nel referendum, voglia o meglio possa tornare ad assistere i tarantini.

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