Suolo: ricoperto di cemento il 20% delle coste italiane

Il 20% della fascia costiera italiana – oltre 500 Km2 – l’equivalente dell’intera costa sarda, è perso ormai irrimediabilmente

Un suolo in condizioni naturali fornisce al genere umano i servizi ecosistemici necessari al proprio sostentamento: servizi di approvvigionamento (prodotti alimentari e biomassa, materie prime, etc.); servizi di regolazione (regolazione del clima, cattura e stoccaggio del carbonio, controllo dell’erosione e dei nutrienti, regolazione della qualità dell’acqua, protezione e mitigazione dei fenomeni idrologici estremi, etc.); servizi di supporto (supporto fisico, decomposizione e mineralizzazione di materia organica, habitat delle specie, conservazione della biodiversità, etc.) e servizi culturali (servizi ricreativi, paesaggio, patrimonio naturale, etc.) Allo stesso tempo il suolo è anche una risorsa fragile e il suo consumo deve essere inteso come perdita di una risorsa ambientale fondamentale.

Uno studio dell’ISPRA – Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale – ha definito che quasi il 20% della fascia costiera italiana – oltre 500 Km2 – l’equivalente dell’intera costa sarda, è perso ormai irrimediabilmente. La mappatura artificiale dello stivale è stata compiuta dall’ISPRA. Grazie alla cartografia ad altissima risoluzione, ISPRA utilizza nuovi dati, aggiorna i precedenti e completa il quadro nazionale con quelli di regioni, province e comuni, senza trascurare coste, suolo lungo laghi e fiumi e aree a pericolosità idraulica.

ISPRA ha presentato lo studio questa mattina nel suo Rapporto sul Consumo di Suolo 2015, nel corso del convegno collaterale all’EXPO2015 “Recuperiamo Terreno”.

Sono invasi dal cemento 34mila ettari all’interno di aree protette, il 9% delle zone a rischio idrogeologico e il 5% delle rive di fiumi e laghi

Nel dettaglio: è stato impermeabilizzato il 19,4% di suolo compreso tra 0 – 300 metri di distanza dalla costa e quasi e il 16% compreso tra i 300 – 1000 metri. Invasi dal cemento 34mila ettari all’interno di aree protette, il 9% delle zone a rischio idrogeologico e il 5% delle rive di fiumi e laghi. L’edilizia ha devastato persino il 2% delle zone considerate non consumabili (montagne, aree a pendenza elevata, zone umide).

L’Italia del 2014 perde ancora terreno – è scritto nel Rapporto -, anche se più lentamente: le stime portano a 7 la percentuale di suolo direttamente impermeabilizzato (il 158% in più rispetto agli anni ’50) e oltre il 50% il territorio che, anche se non direttamente coinvolto, ne subisce gli impatti devastanti. Rallenta la velocità di consumo, tra il 2008 e il 2013, e viaggia a una media di 6 – 7 m2 al secondo.

Le nuove stime confermano la perdita prevalente di aree agricole coltivate (60%), urbane (22%) e di terre naturali vegetali e non (19%). A rischio anche alcuni tra i terreni più produttivi al mondo, come la Pianura Padana, dove il consumo è salito al 12%. Di conseguenza, in un solo anno, oltre 100mila persone hanno perso la possibilità di alimentarsi con prodotti di qualità italiani.

Sono le periferie e le aree a bassa densità le zone in cui il consumo è cresciuto più velocemente. Le città continuano a espandersi disordinatamente (in inglese urban sprawl) esponendole sempre di più al rischio idrogeologico. Esistono province, come Catanzaro, dove oltre il 90% del tessuto urbano è a bassa densità.

Nella classifica delle regioni più consumate, si confermano al primo posto Lombardia e Veneto (intorno al 10%), bandiera nera alla Liguria per la copertura di territorio entro i 300 metri dalla costa (40%), della percentuale di suolo consumato entro i 150 metri dai corpi idrici e quella delle aree a pericolosità idraulica, ormai impermeabilizzate (il 30%). Tra le zone a rischio idraulico è invece l’Emilia Romagna a detenere il primato in termini di superfici, con oltre 100mila ettari. Monza e Brianza ai vertici delle province più cementificate, raggiungono il 35%, mentre i comuni delle province di Napoli, Caserta, Milano e Torino oltrepassano il 50%, raggiungendo anche il 60%. Il record assoluto, con l’85% di suolo sigillato, va al piccolo comune di Casavatore nel napoletano.

Fino al 2013, il valore pro-capite ha segnato un progressivo aumento, passando dai 167 m2 del 1950 per ogni italiano, a quasi 350 m2 nel 2013. Le stime del 2014 mostrano una lieve diminuzione, principalmente dovuta alla crescita demografica, arrivando a un valore pro-capite di 345 m2.

Le strade rimangono una delle principali cause di degrado del suolo, rappresentando, nel 2013, circa il 40% del totale del territorio consumato (strade in aree agricole il 22,9%, urbane 10,6%, il 6,5% in aree ad alta valenza ambientale).

L’ISPRA ha anche effettuato una prima stima della variazione dello stock di carbonio, dovuta al consumo di suolo. In cinque anni (2008-2013), sono state emesse 5milioni di tonnellate di carbonio, un rilascio pari allo 0,22% dell’intero stock immagazzinato nel suolo e nella biomassa vegetale nel 2008. Senza considerare gli effetti della dispersione insediativa, che provoca un ulteriore aumento delle emissioni di CO2 dovuto all’inevitabile dipendenza dai mezzi di trasporto, in particolare dalle autovetture.

 

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