Spreco alimentare, allevamento intensivo, acqua e clima: le reazioni alla COP 26

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La delusione, è stata evidente. Le lacrime, trattenute a stento dal presidente di COP 26, l’inglese Alok Sharma, sono l’’emblema di un bicchiere pieno solo a metà. O forse, andrebbe visto mezzo vuoto. La conclusione della COP 26 lascia l’amaro in bocca. Con quella sensazione da “incompiutezza”. Ma come sono state le reazioni dei vari settori coinvolti nella lotta al cambiamento climatico, in giro per il mondo?

Ecco raccolti – a bocce ferme – alcuni dei commenti, più o meno critici, sull’esito finale della Conferenza di Glasgow. Tra chi ritiene sia stato compiuto un (timido) passo in avanti e chi invece avrebbe preferito un passo più ampio ed è rimasto perplesso dalla conclusione dei lavori.

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La reazione è sostanzialmente interlocutoria. Come quella dei vertici di Too Good To Go, l’app contro gli sprechi alimentari che sottolinea i passi avanti fatti grazie all’accordo sul metano, ma vede un grande assente: l’attenzione a sistemi alimentari più sostenibili e il contrasto allo spreco alimentare, che da solo comporta il 10% di emissioni di gas effetto serra in un anno.

Non a caso, il centro di ricerca Project Drawdown ha individuato nella riduzione dello spreco alimentare la soluzione numero uno per contrastare il cambiamento climatico. Una problematica che – a giudizio di un’azienda che mette in contatto esercenti commerciali e utenti, affinché l’invenduto della giornata non venga sprecato ma anzi gli sia attribuito nuovo valore – è rimasta ancora relegata nelle pagine finali (e non lette) dell’agenda sul clima.

L’allevamento intensivo

Il presidente di COP 26 Alok Sharma segna l’approvazione del documento finale di COP 26 (Immagine youtube UN)

La perplessità la fa da padrona. “Luci e ombre. Qualche segnale di cambio di passo ma siamo lontani dalla garanzia di contenere il riscaldamento globale a 1,5°, senza la quale il resto conta poco. Argomenti fondamentali opportunamente evitati. Saranno i più vulnerabili a soffrire di più”. E’ questo il giudizio dell’Unione Buddhista Italiana, preoccupata che da questo vertice emergano false soluzioni che suonino più come “fumo negli occhi” e che distraggano dall’unico obiettivo che era fondamentale raggiungere: la garanzia del contenimento a 1,5°.

Tra i problemi evitati in occasione del vertice di Glasgow emerge l’assenza di un impegno legato agli allevamenti intensivi. Il metano da essi prodotto – spiega l’UBI – è ancora più nocivo della Co2. Non è bene che non vi sia stato un vincolo esplicito su questo fronte, come sul sostegno alla agroecologia rigenerativa. E’ positivo, però, l’impegno volto a fermare la deforestazione che vede per la prima volta l’adesione di Paesi come Brasile e Indonesia, ma sono accordi che pongono un arco temporale troppo ampio (2030), non vincolanti e che vedono già alcuni Paesi ritornare sui loro passi.

Infine, l’invito al Governo italiano affinché affronti in prima persona l’iniziativa BOGA (beyond oil and gas alliance): “Confidiamo che vengano promossi concreti passi in avanti evitando errori legati allo stoccaggio di Co2 quale misura compensativa rispetto a progetti oil & gas, una chiara e immediata roadmap per l’eliminazione dei sussidi alle fonti fossili e per l’eliminazione definitiva della dipendenza dai combustibili fossili”.

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I danni irreversibili

Critica anche Slow Food, secondo cui l’accordo raggiunto alla COP 26 è insufficiente. Il documento – è la sintesi del giudizio – non può soddisfare le grandi aspettative che la società civile, la comunità scientifica, i giovani e i popoli indigeni avevano riposto nel meeting britannico, considerato l’ultima spiaggia per affrontare in modo deciso la crisi climatica. Secondo Slow Food, si tratta di un accordo ampiamente insufficiente, considerata l’urgenza di agire per contrastare la crisi in atto.

Se, a parole, l’accordo ribadisce l’impegno a limitare a 1,5 gradi centigradi il surriscaldamento della Terra rispetto ai livelli preindustriali (come stabilito in occasione della COP21 di Parigi, nel 2015), nei fatti gli impegni presi non risultano sufficienti ad assicurare che ciò accadrà. Inoltre, il testo finale della COP26 risulta indebolito per quanto riguarda il tema della de-carbonizzazione (nel documento si parla di graduale riduzione invece che di graduale eliminazione dei combustibili fossili) e non affronta in modo serio e convincente il sostegno da offrire ai paesi più duramente colpiti dal cambiamento climatico.

“Siamo sgomenti per la mancanza di ambizione che emerge dai contenuti dell’accordo – commenta Marta Messa, direttrice di Slow Food Europa. Per alcuni potrebbe essere degno di nota il semplice fatto che sia stato raggiunto un accordo, ma in realtà quanto concordato risulta essere di gran lunga insufficiente considerata la gravità della crisi climatica che stiamo vivendo. Le delegazioni che hanno preso parte alla COP26 se ne vanno da Glasgow lasciando la Terra sulla stessa rotta verso danni irreversibili al mondo naturale“.

L’acqua

Da argomenti poco presenti, a “prime volte”. E’ più soddisfatto, infatti, il commento della Community Valore Acqua per l’Italia di The European House – Ambrosetti su come il tema della risorsa acqua sia stato affrontato da COP26.

Per la community, infatti, benché sbilanciata sul tema dell’energia per le fortissime implicanze economiche e geopolitiche, la COP 26 chiude “con un segnale importante di attenzione anche alla risorsa acqua, uno degli elementi strategici per combattere il cambiamento climatico”.

In realtà, a Glasgow si sono contati vari debutti: per la prima volta è stato avviato un padiglione sull’acqua che nel contesto della conferenza ha ospitato discussioni sulla scarsità di acqua e sul cambiamento climatico. E, sempre per la prima volta, è stata creata un’alleanza come spazio di sensibilizzazione, condivisione di esperienze e indicazioni su come impostare e perseguire un’agenda globale integrata per l’acqua e il clima.

Guidata dai presidenti di Tagikistan e Ungheria, la coalizione cercherà di attuare le riforme che, secondo l’Organizzazione meteorologica mondiale delle Nazioni Unite, sono necessarie nella gestione globale delle risorse idriche. Un segnale – rimarca la community – a dimostrazione che l’acqua rivestirà un peso sempre più centrale nei futuri negoziati, a partire da COP27 in Egitto e che coinvolgerà da vicino attori pubblici e privati.

Allineare impegni e azioni

A fare un tentativo di sintesi definitiva ci pensa la Fondazione per lo sviluppo sostenibile, che ripercorre un biennio di promesse.

Riassumendo, il mandato della precedente COP25 di Madrid era di arrivare a Glasgow con gli impegni volontari dei singoli Stati (i cosiddetti NDC) aggiornati e in linea con i nuovi obiettivi climatici. Il Glasgow Climate Pact, approvato da più di 190 Paesi, ha messo nero su bianco per la prima volta l’obiettivo di un taglio del 45% delle emissioni serra rispetto al 2010 da raggiungere entro il 2030 per fermare il riscaldamento globale a 1,5°C. Ma i nuovi NDC presentati dai Governi di tutto il mondo si sono rivelati del tutto inadeguati, non raggiungendo il risultato indicato a Madrid: come riportato dallo stesso documento, con le misure previste dai Governi anziché diminuire tra il 2010 e il 2030 le emissioni crescerebbero del 13,7%. Su questo dato ha pesato certamente l’atteggiamento della Cina, di gran lunga il primo Paese emettitore al mondo, che non ha voluto sottoscrivere tagli alle proprie emissioni prima del 2030.

A questo punto la COP passa di nuovo mano, e il mandato di Madrid passato per Glasgow arriverà il prossimo anno a Sharm El-Sheikh dove si terrà la COP27. Il testo finale dell’accordo di Glasgow infatti anticipa la revisione degli NDC con una nuova deadline a fine 2022 chiedendo ancora una volta agli Stati che sono ancora in ritardo di adeguare i propri impegni.

“E’ un gap pesante quello che abbiamo di fronte e richiede che ogni Paese faccia con cura i suoi conti – spiega Edo Ronchi, Presidente della Fondazione per lo sviluppo sostenibile e promotore di Italy for Climate. “Questo è il decennio chiave, non c’è più un giorno da perdere e l’accelerazione non è una scelta ma è imposta dalla dinamica della crisi climatica. L’Italia ha ridotto le emissioni di poco più del 20% tra il 1990 dopo il calo delle emissioni dovuto alla pandemia nel 2021 sono già tornate a crescere del 6%. Da qui al 2030, in nove anni, ci aspetta un taglio decisamente superiore”.

Ecco perché a breve ci sarà un appuntamento importante con l’Italia al centro: “Per questo il 2 dicembre come Italy for Climate abbiamo convocato la Conferenza nazionale sul clima e chiediamo che sia varata anche in Italia una Legge per la protezione del clima che renda legalmente vincolanti i nuovi target al 2030 e il raggiungimento della neutralità climatica non oltre il 2050”.

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