Sotto stress si rende di più

Alle volte, è solo una questione di proteine. O meglio, di una classe di proteine: LhcSR3. È questo il risultato di una ricerca svolta da un team italiano facente parte dell’Università di Verona. Soggetto della ricerca: il biocombustibile ricavato dalle alghe.

Roberto Bassi e il suo team di ricercatori

Il gruppo di lavoro della Facoltà di Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali, composto da Giulia Bonente e Matteo Ballottari, e guidato dal professor Roberto Bassi – docente di Fisiologia Vegetale del Dipartimento di Biotecnologie – ha proseguito uno studio sulle alghe allevate in condizione di cattività, il cui inizio risale a qualche anno addietro, e di cui risultati parziali e approssimativi sono già stati pubblicati nel 2008. Gli studiosi, in collaborazione con i ricercatori dell’Università di Padova e di Berkeley (California), hanno ottenuto un importante passo avanti nella ricerca incrementando il rendimento delle alghe se allevate in impianti – chiamati fotobioreattori – per il loro sfruttamento industriale; lo stress che l’affollamento e la luce eccessiva generano nelle alghe all’interno dei fotobioreattori fa sì che queste attivino dei meccanismi di difesa che, se da un lato limitano la crescita sottraendo la luce al metabolismo dell’alga, dall’altro trasforma l’energia solare in calore. Il tutto, per “gentile concessione” della proteina LhcSR3, o, per essere più precisi, del processo di disattivazione di quei geni presenti nei vegetali che codificano la proteina stessa, abilitando di fatto la catalizzazione di tale reazione di trasformazione. Ed è una scoperta, questa, che è valsa al team di ricercatori di Verona la pubblicazione sulla prestigiosissima rivista scientifica Plos Biology.

Un fotobioreattore

L’obiettivo degli studi sulle alghe unicellulari, come ormai noto da tempo, è quello di favorire lo sviluppo di energia verde, beneficiando del loro alto contenuto di grassi che possono essere trasformati in biodiesel senza problemi sociali derivanti dall’uso di piante altrimenti destinate al consumo umano, e contribuendo a non aumentare il livello di CO2 presente nell’atmosfera; ed anzi, favorendo il pensionamento anticipato del petrolio e dei suoi derivati. Tuttavia vi sono due ombre, legate tra loro, che si insinuano su questa ricerca e sulla ricerca italiana in senso lato; la prima, riguarda l’elevato costo per la costruzione di impianti che ha scoraggiato gli investimenti, rallentando il regolare svolgimento delle analisi e sperimentazioni.

 

Le alghe unicellulari trattate in laboratorio

La seconda – come denuncia lo stesso Roberto Bassi e su cui c’è molto da riflettere – è che quella delle collaborazioni straniere (l’Università di Berkeley, ma anche l’utilizzo di fotobioreattori tedeschi, ndr) è l’unica strada per portare avanti queste ricerche, perché nel nostro paese non ci sono abbastanza fondi.

Una stilettata, per niente celata, a tutto il sistema nazionale, che riporta alla mente anche l’annoso discorso della fuga di cervelli dal Bel Paese. L’eco di questo piccolo successo made in Italy potrebbe dare nuovo impulso agli investimenti nel settore, per far sentire anche l’Italia protagonista nel mondo del presente…e del futuro.

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