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Shale gas sì o no?

Nuove prospettive di approvvigionamento energetico con il “shale gas”, ma scatta l’allarme ambiente. Si tratta di un gas non convenzionale assai presente negli Stati Uniti ed in Europa, dove ci sono riserve equivalenti a oltre 90 miliardi di barili di petrolio. Tuttavia sono in allerta associazioni ambientaliste e da università, che mettono in guardia sulle gravi conseguenze che queste tecniche estrattive potrebbero causare all’ecosistema. Lo “shale gas” o gas da scisti bituminose è infatti un gas che si estrae grazie alla fratturazione di rocce a grandi profondità. Gli strati rocciosi vengono frantumati con l’immissione di acqua mista a sostanze chimiche pompata a forte pressione attraverso dei fori praticati sulla superficie terrestre. Dalla frantumazione delle rocce si sprigiona un gas che viene “catturato” ed immesso in impianti di stoccaggio ed avviato al consumo. Possibilità di estrazione già note ma con costi elevati fino ad oggi: grazie all’applicazione di nuove tecnologie, i costi sono scesi, facendo diventare conveniente questo tipo di gas definito “non convenzionale”. L’uso di questa tecnica è controversa anche perchè le scisti si trovano spesso al di sotto delle falde acquifere che vengono quindi contaminate dalle sostanze usate per la fratturazione della roccia.

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