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Sconfiggere l’amianto? Forse è possibile

Negli anni ‘ 80 l’eternit ha caratterizzato tetti, canne fumarie, vernici e anche pavimenti di molti edifici pubblici tra cui anche scuole

L’asbesto (o amianto) è un insieme di minerali dalle formule alquanto complicate e i cui nomi sono difficili da pronunciare e ricordare: crisotilo, amosite, crocidolite (il più pericoloso), tremolite, antofillite e actinolite. Il nome sembra indicarne una rarità, ma in realtà si tratta di un materiale, presente in natura, molto comune che è stato reso famoso dalla sua resistenza al calore e dalla sua struttura fibrosa, che lo ha reso utile come materiale per indumenti e tessuti a prova di fuoco. L‘esperienza di questi anni ha però dimostrato che è un killer: le sue fibre sono oltre mille volte più sottili del capello umano e queste caratteristiche dimensionali fanno sì che le polveri che contengono fibre di amianto siano responsabili di numerose morti per asbestosi o tumori della pleura (il tristemente famoso mesotelioma pleurico) e il carcinoma polmonare, come più volte posto in risalto dal nostro giornale.

Ai nomi impossibili non corrisponde quindi rarità, bensì un massiccio uso che fino agli anni ottanta ha caratterizzato l’edilizia e l’industria: chi non ricorda il materiale fibro-cementizio comunemente noto come eternit che ha caratterizzate tetti, canne fumarie, vernici e anche pavimenti di molti edifici pubblici tra cui anche scuole. Il suo potere contro il calore ne ha suggerito l’uso nelle tute di lavoratori esposti ad alte temperature (fra cui i vigili del fuoco). Il rischio accertato ha per fortuna portato al divieto di produzione e lavorazione in Italia sin dal 1992, anche se purtroppo il divieto non è stato esteso alla vendita. Riconosciuto il grande pericolo, è quindi partito un grande percorso di bonifica dall’amianto: se amianto significa perpetuo o inestinguibile, la bonifica passa dalla sua rimozione (eliminandolo in discarica), o dal suo incapsulamento (racchiudendolo per impedire la sua diffusione) ovvero dal suo confinamento (isolandolo perché con lo stesso non si possa interagire). Un ulteriore processo è poi la nodulizzazione, che consente l’inertizzazione e compattazione delle polveri di amianto.

Dagli scarti del latte una speranza – Un ulteriore  processo per decomporre le fibre di amianto è stato brevettato dal prof. Roveri con una società, la Chemical Center S.r.l. (spin-off dell’Università di Bologna). È del novembre 2012 l’annuncio di Chemical Center di una eccezionale scoperta: “amianto e siero di latte, se fatti interagire tra di loro con un’innovativa tecnologia, possono essere eliminati e produrre materie prime commercializzabili senza dare alcun tipo di scarto”. Si tratta di un processo che prevede di utilizzare rilevanti quantità di siero di latte esausto, avente un pH acido e che consente di decomporre (a temperatura ambiente) la matrice cementizia (costituente circa l’85% in peso) e liberare le fibre di amianto (il residuo 15%) in essa inglobate. Le fibre vengono poi decomposte in ioni Magnesio, Calcio, Manganese, Nichel, Ferro, silicati e fosfati, utilizzando altre quantità di siero di latte esausto in un processo idrotermale chiuso a 150-180 °C e 2 atm di pressione. Non vengono mai disperse fibre di amianto in aria, poiché le due fasi del processo avvengono sempre in siero di latte esausto e quindi non in aria. Tramite un’ulteriore Società, la Project Resource Asbests srl, si vuole ora costruire un impianto pilota a Melpignano (LE), per poter realizzare un processo di trasformazione dei manufatti in cemento amianto.

Il processo studiato dalla Chemical Center S.r.l. (spin-off dell’Università di Bologna) prevede di utilizzare rilevanti quantità di siero di latte esausto, che consente di decomporre la matrice cementizia e liberare le fibre di amianto in essa inglobate

Dobbiamo crederci: ecco perchè – La pericolosità dell’amianto, la sua notorietà come uno dei peggiori killer, fa dubitare però di ogni nuovo percorso virtuoso di conoscenza e di sperimentazione per individuare nuove strategie di intervento al fine della sua rimozione: è giusto continuare così?

Ricordiamo le tappe fondamentali del processo: a Bologna il prof. Roveri ha sperimentato un percorso innovativo, studiando, dettagliando e verificando nei laboratori dell’Università un processo per decomporre le fibre di amianto. Lo ha fatto con uno spin-off, uno di quegli strumenti con cui la ricerca si avvicina alla realtà operativa, dando una traduzione pratica a studi teorici, proponendo quella ricerca finalizzata ai bisogni della società. Quante volte ciò è stato da tutti auspicato e richiesto: l’Università che traghetta la ricerca verso la sperimentazione, con la sua stessa guida a garanzia di processi virtuosi di applicazione scientifico-pratica. Una volta che i prototipi sono stati testati, si potrebbe poi passare all’attuazione e diffusione degli stessi processi produttivi, in cui il privato può avere spazi per attuare un percorso imprenditoriale, pur nel rispetto dei protocolli stabiliti dalla ricerca e sotto il controllo e la supervisione strategica di un Ente pubblico innovativo.

Perchè tanta diffidenza? – Noi tutti speriamo che questo si possa fare. Peccato che ogni qualvolta si presenti però un’opportunità di questo genere debba partire sempre la solita diffidenza, il solito sospetto, che però appartiene al fatto che il nostro Paese è inquinato da processi e percorsi sempre poco trasparenti, sempre trasversali tra la politica e l’imprenditoria, che coinvolgono la dipendenza del mondo universitario dalle scelte produttive e la sua incapacità di fare ricerca e di rimanere insospettabile e libero dagli interessi di parte. Anche la Pubblica Amministrazione sconta le stesse diffidenze ed ogniqualvolta si schiera non contro ma a favore, è sospettata di collusione. E ciò è esteso anche verso tutti coloro che sostengono processi forse virtuosi.

Non deve essere così e questo può e deve essere un primo percorso virtuoso che pone la ricerca a disposizione della società, che trasforma la ricerca pura in progetti pilota sperimentali e quindi in modelli attuativi che preludono poi alla diffusione dei processi produttivi.

Per questo ci risulta che il progetto proposto sia addirittura stato finanziato come processo innovativo, per questo ci risulta sia presente l’Università, per questo si tratta di una sperimentazione che sarà costosa. L’intervento pubblico interviene laddove i costi di sperimentazione hanno bisogno di essere sostenuti per garantirne la loro “purezza” ed indipendenza dall’imprenditoria.

Serve però una grande regia e la definizione di procedure di controllo e gestione innovative: a questo serve la sperimentazione che dovrà anche far nascere protocolli di produzione e gestione innovativi, sotto il controllo pubblico, in grado poi di trasferirsi in procedure operative di gestione in qualità dei processi produttivi.

Non si deve dire sì alla proposta avanzata, bensì accettare di esaminarla con oggettività, quindi attuarla come progetto pilota e suggerire un monitoraggio delle attività: insomma supportarla nel suo perfezionamento ovvero nel suo abbandono e dismissione.

Qui è il futuro della lotta all’amianto.

 

 

 

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