Salgado e  Wenders: vedere la speranza

“Il sale della terra” è stato presentato a Cannes ed ora è nelle sale cinematografiche italiane

Vedere la speranza. C’è sempre la possibilità di sperare per l’umanità. C’è la speranza di non arrendersi mestamente alle brutture della vita e al malvagio che a volte c’è negli uomini. Come c’è la speranza di ripiantumare una foresta, negli anni desertificata, e vederla tornare alla vita. Questo è il cammino – professionale e umano – di un fotografo come  Sebastião Salgado. 

«Una cosa l’avevo già capita di questo Sebastião Salgado. Gli importava davvero della gente. Dopo tutto la gente è il sale della terra». Con queste parole Wim Wenders nel suo film cede la narrazione, per immagini, al fotografo brasiliano classe 1944. Questo è Il Sale della Terra, ultimo lavoro del regista tedesco de Il cielo sopra Berlino, qui alle prese con un nuovo documentario biografico. In maggio a Cannes per Un Certain Regard e uscito in Italia fine ottobre distribuito da Officine Ubu, il film racconta i 40 anni di attività di Salgado. Ma, quasi con la scusa di parlar di un uomo, ci parla dell’Umanità.

Sebastiao Salgado con la moglie Leila

Viaggi nel tempo attraverso i continenti – Sì, perché è questa che viene mostrata nel lavoro di Salgado, sempre in viaggio attraverso i Continenti. Così il film si divide in capitoli e accompagna il pubblico tra luoghi e persone. Dal 1977 al 1984, il primo progetto “Altre Americhe”, alla scoperta dell’America Latina. Nel 1984/85, “Sahel”, in Africa, tra genocidi e colera, al seguito di Medici senza Frontiere. Dall’ 86 al ’92, “Workers”, sui lavoratori, dagli operai nelle acciaierie russe ai pescatori galiziani e raccoglitori di tè in Rwanda. E poi dal 1994 al ’99, “Exodus”, il progetto sulla migrazione mondiale, il dolore più straziante e l’uomo capace di violenze estreme. «Siamo animali feroci, la nostra è una storia di guerre. Quando sono andato via la mia anima era malata», conclude.

È qui, precisamente a questo punto del racconto per immagini – condotto con la solita stupefacente maestria dalla sensibilità di un regista come Wenders – che scema la fiducia dell’uomo nell’uomo. Quella dello spettatore, provato da tanta sofferenza. Quella del fotografo, ancora una volta accolto dalla moglie, Leila, compagna di vita e pungolo artistico ai suoi lavori, ma anche donna dalla grande prospettiva. Con una grande visuale.

 

A sinistra: La fazenda Minas Gerais nel 2001… A destra: …e nel 2013 (copyright Sebastiao Salgado)

Senza ma arrendersi – È infatti proprio lei che lo porta all’impegno nel progetto “Genesis”, iniziato nel 2004 ed appena concluso, la sua “lettera d’amore al pianeta”, un reportage sulla natura, omaggio a quelle zone del pianeta rimaste incontaminate. Ed è ancora lei che lo riporta in Brasile, nella tenuta di famiglia a Minas Gerais, un tempo rigogliosa ma oramai desertificata. E così insieme, rendono un sogno realtà. Ripiantumando quelle terre, più e più volte, senza mai scoraggiarsi ed arrendersi, sino a riottenere il rigoglio della vegetazione amazzonica, il ritorno della fauna e dell’acqua.

Perché “inquadrare” è una scelta che rende ogni fotografo diverso dall’altro. Ma un fotografo come Salgado – un uomo come Salgado – inquadrato il problema, passa alla ricerca di una soluzione. La sua è stata l‘Instituto Terra, l’alienazione della fazenda di famiglia e il recupero al verde di oltre 7.000 ettari di terreno con più di 4 milioni di piante.

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