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RIVE per ecovillaggi

Fate riferimento a questo link (http://mappaecovillaggi.it) per avere un quadro molto esaustivo di cosa (e dove!) siano gli ecovillaggi, in Italia e nel mondo. Il movimento, se così si può chiamare, è nato negli anni ’90 – tenuto a battesimo dalla rete internazionale del Global Ecovillages Network (Gen) e dal primo meeting di Findhorn, storica comunità in Scozia – e si rifà all’idea di che sia non solo possibile ma interessante ed utile condividere terre e abitazioni tra gruppi di persone e organizzarsi secondo principi, perchè no, anche ecologici. Puntando ad essere “laboratori di sperimentazione sociale e educativa per un mondo migliore”.

L'ecovillaggio di Urupia

In Italia, la nascita di una Rete Italiana Villaggi Ecologici (Rive) – che alcuni hanno proposto di rinominare “Rete Italiana di Vita Ecologica” – è stata stimolata da un primo convegno sul “villaggio globale”ad Alessano in Puglia nel 1996, da allora raccogliendo (a briscia sciolta) un insieme significativo di esperienze anche diverse, da Damanhur, comunità d’ispirazione filosofico-religiosa nata negli anni ’70 a Baldissero Canavese (TO) a Urupia, realtà spiccatamente anarchica, attiva a Francavilla Fontana (BR) dal 1995. C’è chi ha fondato il Rive e ne è poi uscito, chi invece si è aggiunto dopo. In tutto al 2011 si contano 23 ecovillaggi aderenti, in linea col numero degli altri paesi mediterranei, da Il Popolo degli Elfi Avalon di Pistoia alla Comune di Bagnaia nel senese, incluso il Cohousing Rio Selva di Preganziol (TV) e il Villaggio Autocostruito EVA di Pescomaggiore (AQ). Cui si aggiungono una manciata di progetti in via di formazione e almeno una decina di realtà non aderenti.

Gazebo della vendita di verdure biologiche

Il bisogno è quello di una nuova socialità. Nella Comune di Bagnaia, raccontano, c’è una paga uguale per tutti gli adulti che lavorano (150 euro), indipendentemente dal mestiere, e il resto finisce nella cassa comune. A Torri Superiore, a Ventimiglia, i bimbi scorazzano liberi tra anatre, capre e conigli. Alcuni villaggi nascono per ridar vita a un vecchio borgo abbandonato, ma la maggior parte sono rurali. Mediamente contano una ventina di membri ciascuno, in casi eccezionali raggiungono le diverse centinaia. Quasi sempre la terra e i mezzi di produzione sono comuni e c’è chi lavora all’interno della comunità, come anche fuori. La gestione è partecipata da tutti. Lo stile di vita è meno “energivoro” possibile e basato sulla condivisione. E una delle grandi battaglie è quella per promuovere la riappropriazione degli usi civici delle terre, ossia la garanzia del diritto di coltivazione, pascolo, legnatico e raccolta frutti selvatici.

Molti ecovillaggi, se non tutti, sono aperti alle visite di esterni, per cui magari… ci si può sempre avvicinare al “nucleo residente” per capire meglio di che si tratta.

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