Ridurre i sintomi della Xylella è possibile. Ora lo dice anche Scientific Report

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In Puglia la sperimentazione è in corso dal 2015 e la conferma scientifica che contenere la Xylella è possibile “curando” le piante

 

Gli studi, che in 5 anni hanno già trovato riscontro in una decina di pubblicazioni, ora hanno anche la validazione di Scientific Report, la prestigiosa rivista del gruppo Nature. A condurli, il ministero dell’Agricoltura con i ricercatori del Crea guidati da Marco Scortichini e dall’Università del Salento con il prof. Francesco Paolo Fanizzi.

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Le foto satellitari dimostrano che, in Salento, le piante curate hanno mostrato una risposta cromatica uguale a quella di ulivi sani. Il metodo a basso impatto ambientale e dai costi contenuti consente di salvare gli alberi dagli effetti distruttivi del batterio, qualora gli agricoltori decidano di intervenire.

“Questo crea le condizioni per un cambiamento di approccio nella zona infetta” ci dice Gianluigi Cesari “fermo restando la normativa europea laddove è previsto l’abbattimento”. Ma nella zona infetta, dove la presenza della Xylella è ormai endemica e dove chiunque può scegliere se espiantare, reimpiantare o cambiare coltura, è possibile “curare” in alternativa alla pratica degli innesti con varietà resistenti che tuttavia “non è validata scientificamente”.

“La cura – ci spiega il ricercatore esperto di agricoltura e sviluppo rurale che a vario titolo collabora da anni agli studi sulla Xylella fastidiosa  – consiste in un prodotto che, come verificato in laboratorio, abbatte la carica batterica al punto da ridurre e, in alcuni casi, far sparire i sintomi. Può essere un buon protocollo in un discorso di profilassi perché molti olivicoltori e agricoltori della zona indenne, o di zone limitrofe a quelle infette, possano agire in termini di prevenzione all’attacco del batterio, oltre al fatto che il prodotto ha valenza su quelle che sono le patologie ordinarie dell’ulivo. L’anno scorso l’Università di Padova ha pubblicato i risultati di una sperimentazione in cui si è visto che è efficace anche contro i danni della mosca olearia”.

Come funziona?

Secondo il protocollo ideato da Scortichini, ricercatore tra i primi a studiare la Xylella negli Usa, nei primi anni ’90, si “immette nella pianta che ha capacità sistemica o con trattamenti sulla chioma o con endoterapia quando la pianta è particolarmente pregiudicata, una concentrazione con zinco e rame, in percentuali molto basse tali da non impattare sull’ambiente, che permette l’abbattimento della carica batterica e la devitalizzazione delle cellule e del biofilm della Xylella. Questo ormai è provato”.

In Salento, dove visivamente si osserva la desolazione “causata dalla Xylella ma anche da una specie di funghi molto aggressiva”, solo pochi agricoltori hanno tentato la terapia, anche in extremis.

“In chi invece lo ha fatto, come dimostra l’articolo su Nature, l’uliveto è stato salvato nel senso che oltre alla chioma verde gli alberi sono anche produttivi”. In altre parole, dice Cesari, “la bibliografia scientifica in questi 9 anni ha dimostrato che c’è la possibilità di attenuare i sintomi della Xylella e quindi curare le piante”.

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Cosa fare?

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Oggi il messaggio da divulgare è che “c’è l’alternativa all’espianto nella zona indenne e all’abbandono dei campi, peraltro riducendo l’avanzamento del batterio, considerato che non è stata così efficace come si sperava la strategia del monitoraggio dell’abbattimento ideata 10 anni fa”. Una soluzione di contenimento oggettivamente difficile da attuare a fronte della vastità del territorio coperto da 4-5 milioni di piante e di un campionamento che potrebbe non rilevare piante infette ma asintomatiche e quindi poco riconoscibili.

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Quando fare la profilassi?

“Il maggior rischio di prima contaminazione da Xylella, secondo il prof. Francesco Porcelli entomologo dell’Università di Bari, che sull’argomento ha tante pubblicazioni (e invito tutti a prendere sempre in considerazione le affermazioni che hanno un fondamento scientifico), è relativo al momento in cui l’insetto volgarmente chiamato Sputacchina è appena diventato adulto e incomincia a nutrirsi su piante suscettibili – dice Cesari – , dall’ulivo a specie erbacee che possono essere focolai di infezione. Questo avviene prima e dopo la fioritura ovvero maggio e giugno quando anche la vegetazione giovane dell’ulivo espone tessuti più facili da penetrare dall’apparato succhiante del vettore”.

Però non va certo dimenticato che “l’estate è il periodo di massima proliferazione della Xylella, basti ricordare che è un batterio tropicale e quindi agosto e settembre sono altri momenti critici”.

E gli ulivi monumentali?

Sul riscontro di queste basi, si sta lavorando per proteggere le piante secolari. Cesari preannuncia che è in corso un dialogo con il Wwf e il suo nascente comitato scientifico e l’assessorato all’Ambiente della Regione Puglia: “Questi strumenti ormai validati dal punto di vista scientifico e dai dati in campo, possono essere un ottimo strumento di gestione e tutela degli ulivi monumentali”.

La speranza è che almeno nella piana che custodisce gli esemplari più antichi della Puglia si possa intervenire senza correre il rischio di perdere, con le piante, un pezzo di storia e paesaggio unici e irripetibili.

Che “medicina” è?

Il prodotto in libera vendita, è considerato una sorta di integratore di microelementi tanto che si potrebbe usare anche in agricoltura biologica. Mediamente costa 3 euro ad albero per sei trattamenti mensili all’anno.

“Non è un caso – dice Cesari – che oggi molti imprenditori del settore turistico stanno optando per una pratica di buon senso come il protocollo Scortichini per salvaguardare il paesaggio da mostrare agli ospiti delle loro strutture”.

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