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Riciclare plastica, è utile ma non basta

“Plastica. il riciclo non basta”. Ne sono convinti a Greenpeace, analizzando anche l’ultimo rapporto su produzione, immissione al consumo e riciclo della plastica in Italia. E torna anche l’allarme per le tartarughe.

Riciclare la plastica? Non è la soluzione per contrastare l’inquinamento. Serve ridurre la produzione e l’immissione sul mercato di imballaggi in plastica usa e getta. Parola di Greenpeace, che ha recentemente illustrato il rapporto “Plastica: il riciclo non basta. Produzione, immissione al consumo e riciclo della plastica in Italia”, redatto dalla Scuola Agraria del Parco di Monza per conto dell’organizzazione .

Le analisi e le criticità. 

« Riciclare plastica è un gesto importante ma che da solo non basterà a salvare i mari del Pianeta dalla plastica – commenta Giuseppe Ungherese, responsabile Campagna Inquinamento di Greenpeace Italia -. Le grandi aziende che continuano a fare profitti con la plastica usa e getta sanno benissimo che è impossibile riciclarla tutta ma continuano a produrne sempre di più. È necessario che i grandi marchi si assumano le proprie responsabilità partendo proprio dalla riduzione dei quantitativi di plastica monouso immessi sul mercato».

L’Italia è al secondo posto in Europa, dietro la Germania, per plastica prodotta con un immesso al consumo che può essere stimato in 6 – 7 milioni di tonnellate annue. Il 40% di queste viene impiegato per produrre imballaggi. Nonostante nel nostro Paese il tasso di riciclo degli imballaggi sia cresciuto negli ultimi anni, passando dal 38% del 2014 al 43% del 2017, non è riuscito a bilanciare l’aumento del consumo di plastica monouso. Infatti, le tonnellate di imballaggi non riciclati sono rimaste sostanzialmente invariate dal 2014 (1,292 milioni di tonnellate) al 2017 (1,284 milioni di tonnellate).

Oggi in Italia, secondo i dati Corepla del 2017, di tutti gli imballaggi in plastica immessi al consumo, solo poco più di 4 su 10 vengono effettivamente riciclati. Quattro, invece, vengono bruciati negli inceneritori e i restanti immessi in discarica o dispersi nell’ambiente. Insomma, riciclare plastica resta ancora un obiettivo da raggiungere.

Riciclare plastica. Le campagne

Secondo Greenpeace, sono proprio le aziende leader del mercato mondiale a dover fare di più. Per tale motivo l’organizzazione ambientalista nei mesi scorsi ha lanciato una petizione, sottoscritta da più di un milione di persone in tutto il mondo, in cui si chiede ai grandi marchi come Coca-Cola, Pepsi, Nestlé, Unilever, Procter & Gamble, McDonald’s e Starbucks di ridurre drasticamente l’utilizzo di contenitori e imballaggi in plastica monouso.

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Ed è in partenza dal prossimo 3 luglio Plastic Free Week, la settimana di sensibilizzazione sull’uso dissennato della plastica; la campagna coinvolgerà 16 città italiane.

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La microplastica 

E c’è un’altra ricerca allarmante. E’ quella condotta da Università Politecnica delle Marche, Greenpeace e Istituto di Scienze Marine del CNR di Genova, che conferma la presenza di particelle di microplastica anche in pesci e invertebrati.

La presenza è stata documentata in organismi marini appartenenti a specie diverse e con differenti abitudini alimentari, dalle specie planctoniche, agli invertebrati, fino ai predatori. Viste le loro piccole dimensioni, inferiori ai 5 millimetri, le microplastiche possono infatti essere ingerite accidentalmente, attraverso la filtrazione o l’ingestione delle prede.

Il rapporto rivela i risultati delle analisi effettuate negli organismi prelevati nel Mar Tirreno (Liguria, Toscana, Lazio e Campania): il dato preoccupante che emerge è che tra il 25 e il 30 per cento dei pesci e invertebrati analizzati presenti nel Mar Tirreno, conteneva micro particelle di plastica, evidenziando livelli di contaminazione paragonabili a quelli già riscontrati negli organismi analizzati nell’Adriatico.

“I risultati ottenuti – ribadisce Stefania Gorbi, docente di Biologia Applicata alla Università Politecnica delle Marche – confermano ancora una volta che l’ingestione di microplastiche da parte degli organismi marini è un fenomeno diffuso. È urgente quindi che la ricerca scientifica acquisisca nuove conoscenze e contribuisca a sensibilizzare la coscienza di tutti su questa tematica emergente”.

Queste ultime ricerche evidenziano purtroppo, anche nel Tirreno, un elevato e diffuso inquinamento derivante dalla plastica nei nostri mari, confermando la presenza di microplastica anche negli organismi marini, oltre che nell’acqua di mare.

La foto firmata Troy Mayane accompagna la battaglia del WWF su plastica e tartarughe

La foto firmata Troy Mayane accompagna la battaglia del WWF su plastica e tartarughe

Sos tartarughe

Non solo reti e ami, eliche e spiagge invase dal cemento. La plastica è un altro nemico che soffoca le tartarughe marine.

Uno studio eseguito su oltre 560 tartarughe marine Caretta caretta nel Mediterraneo centrale ha mostrato la presenza di frammenti e resti di plastica nell’80% degli animali. Alcuni esemplari avevano ingerito fino a 170 frammenti. E la presenza di plastica sulle spiagge può compromettere anche le nidificazioni.

La plastica in mare si aggiunge ad altri rischi per le tartarughe. Resta infatti alta anche l’allerta per la pesca accidentale e l’impatto con le imbarcazioni, oltre all’invasione di cemento sui lidi e il cambiamento climatico. La mortalità per queste specie nel Mediterraneo è stimata intorno ai 40.000 individui.

Il “cestino del mare”.

Si intitola invece LifeGate PlasticLess, l’iniziativa concreta per la salvaguardia dei mari italiani, nei quali convogliano quasi 90 tonnellate di plastica ogni giorno. Grazie al contributo di Volvo Car Italia, LifeGate predisporrà nei porti italiani l’innovativo dispositivo Seabin V5. E’ in grado di catturare dalla superficie dell’acqua circa 1,5 chilogrammi di detriti al giorno. Ovvero, oltre mezza tonnellata di rifiuti all’anno, comprese le microplastiche fino a 2 millimetri di diametro e microfibre fino a 0,3 mm. Di questo dispositivo Ambient&Ambienti ha parlato lo scorso ottobre.

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Ideato da due australiani, il “cestino del mare” può funzionare 24 ore al giorno ed è efficace in aree come i porti, all’interno dei quali convergono i rifiuti in mare grazie all’azione dei venti e delle correnti.

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