Ricerca: scoperta in Puglia la provenienza delle polveri sottili.

Le polveri sottili sono dappertutto. Sono particelle microscopiche di materiali presenti nell’atmosfera, il cui diametro medio è uguale o inferiore a 10 µm (micron), cioè 10 millesimi di millimetro. PM10 è la sigla che le identifica. Le fonti di PM10 sono legate all’attività dell’uomo: combustione di motori a scoppio di auto e moto, impianti di riscaldamento, attività industriali, inceneritori e centrali termoelettriche.

campionatore di polveri e BPL

Sottili, leggerissime ma pericolosissime per la salute, al Nord, perché generate dal traffico, soprattutto; pesanti, a volte pesantissime, ma non nocive, al Sud, perché sono arrivate fino a noi dal deserto del Sahara. La vera identità delle polveri sottili – o fini, come preferiscono chiamarle i ricercatori – è stata svelata, per la prima volta, da una ricerca finanziata dalla Regione Puglia, con un progetto strategico coordinato dal Dipartimento di Chimica dell’Università Aldo Moro di Bari e svolto con la collaborazione del Dipartimento di Fisica dell’Università del Salento e di due imprese, LEnviroS S.r.l. spin off dell’Università di Bari che ha per oggetto l’utilizzo dei risultati della ricerca in campo ambientale mediante la progettazione, lo sviluppo e la gestione di soluzioni per l’ambiente, e FAI Instruments S.r.l. azienda italiana leader nello sviluppo di strumentazione per il rilevamento e la misura dell’inquinamento atmosferico.

Gianluigi De Gennaro

La ricerca ha consentito la realizzazione di strumenti e metodi innovativi che hanno permesso di identificare l’origine delle polveri. Ma, fondamentale, è stato scoprire che è la provenienza e non il peso a determinare la pericolosità del particolato atmosferico, il PM10, come i ricercatori chiamano queste particelle. E, quindi, la pericolosità può essere persino inversamente proporzionale rispetto al peso. Il progetto strategico chiamato SIMPA, Sistema Integrato per il Monitoraggio del Particolato Atmosferico, è stato coordinato dal Dipartimento di Chimica dell’Università di Bari, il cui responsabile scientifico è il dott. Gianluigi De Gennaro. «Gli strumenti tradizionali – dice De Gennaro – misurano il particolato, cioè le polveri, ma ignorano da dove provenga. Noi invece abbiamo sviluppato strumenti e metodi per capire l’origine delle particelle, se sono locali o se provengono dall’estero.

Questo ci permette, tra l’altro, di fornire all’Unione Europea le prove richieste per ridurre le infrazioni». Infatti, le regioni che superano il livello massimo di polveri fini consentito dalle direttive comunitarie, sono soggette a una multa di 10mila euro al giorno da parte dell’UE. Un onere gravoso per le regioni del basso Mediterraneo, perché le loro polveri spesso sono pesantissime, proprio come in Puglia.

«Le polveri fini del Tavoliere – spiega De Gennaro – sono diverse da quelle della Pianura Padana. A Milano le polveri prodotte dal traffico restano lì, come imprigionate in una piccola scatola. Il nostro territorio invece ha capacità disperdenti migliori perché c’è vento, sole, scambi di calore terra-aria. Ecco perché in Puglia siamo più soggetti agli eventi transfrontalieri cioè ad apporti di polveri da altre parti del mondo. Noi abbiamo concentrazioni di PM10 molte alte. Provengono dal Sahara e dal Nord Est dell’Europa. Però, per fortuna, non sono così pericolose come quelle prodotte dal traffico».

il vento solleva la sabbia dalle dune

Un aspetto, questo, che l’UE non ha valutato, per cui ha sempre imposto multe salatissime. Per questo motivo l’Italia con Spagna e Portogallo ha chiesto, invano, una deroga. Unica concessione delle direttive comunitarie è scorporare dal limite fissato la porzione di PM10 dovuta a fonti transfrontaliere. Ma, i Paesi interessati devono riuscire a provarne la provenienza. Qui, fa la sua parte la ricerca pugliese. Lo studio dei ricercatori pugliesi, infatti, ha permesso di individuare i trasporti transfrontalieri di polveri fini, in particolare della sabbia del Sahara. «Siamo stati noi i primi in Europa – pone l’accento il chimico barese -. Ci siamo serviti di tanti strumenti già esistenti e li abbiamo integrati. L’idea vera, è l’assemblaggio».

particolare del misuratore PBL

Ma il progetto dimostra anche che l’Italia è divisa in due per le polveri fini; più leggere e pericolose al Nord, più grosse ma meno pericolose al Sud e che quindi è sbagliato misurare con lo stesso criterio le polveri fini al Nord e al Sud. Le applicazioni e le ricadute sul territorio del progetto, sono più di una. Permette le misurazioni su microaree per pianificare azioni come il blocco del traffico; individua zone più ampie di misurazione attraverso l’uso del satellite. Il laboratorio dell’Università di Bari, oggi, è uno dei più importanti in Italia per le strumentazioni implementate, la stessa Puglia è diventata la regione di riferimento per la misurazione delle particelle in atmosfera. Qui, infatti, sono state organizzate tre scuole nazionali e la prima scuola nazionale della IAS (Italian Aerosol Society). Sull’argomento, è stato pubblicato il volume “Particelle in atmosfera. Conosciamole meglio”. Il prototipo realizzato dai ricercatori adesso si trova a Bari nel Dipartimento di Chimica ed è già richiestissimo da varie regioni italiane per misurare le polveri. Adesso è in partenza per Taranto dove avrà il compito di svelare la provenienza del benzoapirene. «Gli esiti di questo progetto – ha detto la Vice Presidente della Regione Puglia e Assessore allo Sviluppo economico Loredana Capone – rappresentano per la Regione Puglia il ritorno, moltiplicato, di un investimento rilevante per la ricerca, che quota 1miliardo 762milioni per la programmazione 2007-2013. Siamo la Regione che ha puntato di più in Italia su un binomio vincente: ricerca e giovani».

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