Restituire la speranza al Mediterraneo

C’è sete di pace nel Mediterraneo. La pace ha bisogno di dialogo e di amicizia, di costruire ponti e superare i muri della divisione e dell’odio

Se è vero che le emergenze spazzano via anche gli eventi più importarti, è anche giusto che a questi ultimi sia attribuito un significato non effimero, soprattutto quando la posta in gioco è fondamentale per il futuro e riguarda tutti coloro che abitano nei paesi che circondano il Mediterraneo.

A riflettori spenti

(foto Vatican Media)

Resterà sicuramente per tanto tempo in molti il ricordo della visita del Papa, della dolce fermezza delle sue parole, di una presenza che si fa sempre garanzia di bene. Ma non basta coltivare questi bei sentimenti. Occorre ancor più un serio esercizio della nostra intelligenza: abbiamo il dovere di custodire e di sviluppare ciò che è stato detto e proposto nel convegno ecclesiale che la CEI ha realizzato qualche giorno fa a Bari. Siamo tutti convocati ad assecondare fattivamente la speranza di “superare la logica dello scontro, dell’odio e della vendetta per riscoprirsi fratelli“?

Dal Mediterraneo l’arte del dialogo contro la strategia dello scontro

Innanzitutto per il dovere della memoria. Il Mediterraneo è stato per secoli l’epicentro della storia: ha generato civiltà, religioni, linguaggi, forme di arte che sono oggi ancora parte del nostro DNA e patrimonio vivo dell’umanità; ha arricchito l’identità dei popoli valorizzando ambienti, territori e città ancora oggi segnati dalla cifra distintiva dell’ospitalità e della generosità propria di chi vive sul mare; ha custodito dolori e speranze, diversità e conflitti, senza mai cedere alla tentazione di annullare il proprio passato e presente e soprattutto senza rinunciare al desiderio di futuro, anche quando il baricentro del mondo si è spostato dapprima sull’oceano Atlantico e recentemente sul Pacifico.
In secondo luogo, perché l’oggi dei popoli del Mediterraneo è un mix complicato e avvincente di sofferenze, ma ancor più occasione di laboriosa speranza: come va dicendo da tempo Mons. Pizzaballa (che è l’amministratore apostolico della «sede vacante» del Patriarcato Latino di Gerusalemme), urge “opporre l’arte del dialogo alla strategia dello scontro. Non tacere davanti alle ingiustizie”: e certamente la sua presenza nella martoriata Terra Santa ogni giorno lo rende testimone della scelta fondamentale di ciascuno di schierarsi con l’una o l’altra possibilità, non perdendo mai di vista un atteggiamento realistico, che porta a riconoscere che “Siamo solo all’inizio di un percorso che sarà lungo, ma certamente avvincente“, che non a caso è stato paragonato al duro lavoro quotidiano che fa il contadino che ara la sua terra, senza mai essere del tutto certo dei risultati della propria fatica.

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Un impegno improrogabile per la pace

Non è la prima volta che si invoca un cambiamento decisivo all’interno e nei rapporti fra i paesi dei Mediterraneo, ma le cronache ci parlano da troppo tempo ormai di una escalation del dolore sociale e del disorientamento culturale, che comportano disperazione e marginalità, povertà e discriminazione delle fasce più deboli delle popolazioni locali. Non si può più ignorare o far finta di nulla di fronte alla verità che il Mediterraneo “o conserverà la sua vocazione di essere un mare di pace o sarà il cimitero dei nostri rifiuti e delle nostre chiusure“, come ha detto durante il Convegno l’arcivescovo di Algeri Mons. Desfarges.
Tutti siamo chiamati ad essere corresponsabili di un significativo cambiamento di rotta: politici ed l’economisti, demografi e operatori culturali, ambientalisti e sociologi. Anche “Le religioni possono e devono dare un contributo di valori fondamentali che sostengano la cultura della pace”, ha sottolineato il custode dei luoghi della Terra Santa, Padre Patton. Senza trionfalismi e dogmatismi.

Mons. Raspanti, vescovo di Acireale, nel’avviare i lavori del Convegno ha ricordato a tutti gli intervenuti che “siamo stati subito consapevoli dei limiti della nostra azione per la vastità e la complessità dei fattori in gioco nel Mediterraneo, ma ci ha guidati il senso della cattolicità della fede che apre nuovi spazi nei quali comunicano persone, gruppi e istituzioni, che altrimenti rimarrebbero isolati tra loro o sordi alle necessità del bene comune e dei popoli” Un metodo di lavoro, peraltro, già sperimentato in passato da uomini come Giorgio La Pira e Martin Buber, l’uno cattolico e l’altro ebreo, che già nel 1961 convergevano sull’idea che: «È necessario prima di tutto che gli uomini di buona volontà si parlino, come solo loro sanno fare. Con tale espressione evangelica io intendo che, in questo momento caotico, vedono in comune la realtà della situazione umana e tendono in comune verso un consorzio comune umano. Che si aiutino a guardare, a desiderare, a parlare veramente, che si ascoltino veramente… E’ il momento».

Un no deciso alla guerra e alle sue devastanti conseguenze

Inevitabile, nei lavori del Convegno, la preoccupazione per tutte le forme di violenza e per la persistenza di situazioni belliche che gravano soprattutto nelle are dove degrado e miseria sono ormai endemiche.
Nella sua relazione, il Card. Bassetti ha posto l’accento proprio su questo: “È la guerra a essere una tremenda anti-utopia, una tragica farsa sulla pelle dei poveri: nella complessità delle relazioni internazionali, infatti, la competizione fra le diverse potenze non può essere decisa con la forza delle armi, pena la distruzione del pianeta. Nell’era dei droni e delle bombe nucleari, nell’era in cui per la prima volta siamo costretti a fare i conti con il fatto che le risorse della terra non sono infinite e in quella in cui la scienza e la tecnologia hanno connesso il mondo, mettendo l’uomo in condizione di distruggere o salvare il pianeta, non c’è alternativa alla risoluzione pacifica delle controversie e alla collaborazione. La tutela dell’ambiente e della salute umana necessitano di un alto grado di costante collaborazione e scambio di informazioni, di relazioni internazionali, scientifiche, culturali, educative, fondate sulla trasparenza, sulla veridicità, sulla fiducia. La solidarietà fra i popoli e la capacità di darsi regole comuni per salvaguardare e promuovere la pace, l’ambiente, la dignità del lavoro e la salute non sono sogni, ma la condizione per garantire la sopravvivenza ordinata e pacifica del pianeta. Sono obiettivi a portata dell’umanità contemporanea… Soprattutto nel bacino Mediterraneo, dove convergono le tensioni e le contrapposizioni del mondo intero, l’alternativa alla pace è il rischio di un caos incontrollato”.
Una accentuazione in questa ampia riflessione merita la questione della cittadinanza, “che si pone in maniera nuova per gli stessi Paesi di antica tradizione democratica con le sfide dell’accoglienza e dell’integrazione dei migranti” e che chiede a tutti di “fare i conti con la pericolosa tentazione a involuzioni identitarie, che minano il fondamento dei diritti inviolabili della persona”.

Esercitare la profezia, per generare storia

C’è sete di pace nel Mediterraneo ferito da troppi conflitti. La pace ha bisogno di dialogo e di amicizia, di costruire ponti e superare i muri della divisione e dell’odio. Oggi nel mondo globale, in un Mediterraneo abitato da donne e uomini disorientati e spesso dominati dalla paura, la speranza cristiana è un’urgenza e una responsabilità. Lo è davanti alle sfide di un cambiamento d’epoca che segna nel profondo le società mediterranee. Queste sfide sono domande di fronte alle quali non si può restare tranquilli, tanto meno rassegnati o indifferenti. Occorre coltivare un’inquietudine che si faccia voce profetica e allo stesso tempo ricerca creativa e generosa di risposte evangeliche e concrete capaci di incidere nella realtà e di avviare processi di cambiamento.” Così si è espresso il Prof. Roccucci, ordinario di Storia contemporanea presso L’università Roma Tre.

L’incontro di Bari, dunque, è l’avvio di un cammino da percorrere insieme, come rondini che tornano ogni anno ad avvicinare le diverse sponde del Mediterraneo con le loro migrazioni e, solcando il cielo, in qualche modo contribuiscono a tenere insieme territori e comunità differenti. “Operazione rondine” è, peraltro, l’opera segno che dal convegno scaturisce come primo passo: dodici ragazzi provenienti da sei aree di conflitto, studieranno insieme per apprendere come costruire la pace.
Questo progetto si realizzerà con il supporto operativo dell’Associazione Rondine Cittadella della Pace, un’organizzazione toscana che da quasi 40 anni si impegna per la riduzione dei conflitti armati nel mondo e per la trasformazione creativa del conflitto in ogni contesto, puntando sull’educazione e sulla formazione per orientare le competenze di una nuova classe dirigente alla realizzazione del dialogo e della pace fra i popoli, anche mediante la costruzione di azioni di rete per sostenere la progettualità locale. Le quattro macro regioni su cui concentrare gli interventi saranno i Balcani, la penisola turca, il Medio-Oriente, il Nord Africa: ambienti dove è evidente che c’è tanto da fare, su tutti i fronti, per cominciare a realizzare la sostenibilità ambientale e la qualità di vita delle persone e dei popoli del Mediterraneo.

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