Resilienza e sostenibilità: il nuovo vocabolario del coronavirus

Come sarà la vita post coronavirus? Il futuro potrà essere all’insegna della sostenibilità? Pirlo (Università Aldo Moro):  ” La pandemia ci insegna ad avere più consapevolezza degli strumenti di cui disponiamo per vivere meglio”.

Con la diffusione della Lettera aperta della RUS – la Rete delle Università per lo Sviluppo sostenibile -, “Ambient&Ambienti” apre un dibattito su come avviare la fase di ripresa post pandemia da coronavirus. In gioco c’è un modello di sviluppo, e questo sviluppo non può che essere sostenibile, in tutte le sue sfaccettature. Ne parliamo col prof. Giuseppe Pirlo, Ordinario di Sistemi di Elaborazione delle Informazioni  all’Università di Bari Aldo Moro Referente nella stessa Università  per Agenda Digitale e Smart City.

L’intervista

Professor Pirlo, quali scenari e prospettive propone la lettera aperta della RUS?

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Il prof. Giuseppe Pirlo

Questa lettera a mio avviso è molto interessante perchè in qualche modo approfitta dell’emergenza coronavirus ma in realtà propone una visione molto più ampia e lungimirante: con questa lettera la RUS ribadisce il suo ruolo di rete di persone interessate ai temi della sostenibilità a 360 gradi – e questo è molto importante –attraverso le energie migliori del paese, che sono università. Questo “sguardo” della RUS sull’emergenza COVID-19  è importante perché dice, a valle di questa pandemia, che abbiamo un’opportunità, quella di ridisegnare il nostro futuro. E quindi la RUS si propone come un soggetto che può aiutare i territori, attraverso le università, ad essere proiettate verso queste nuove opportunità.

La lettera aperta fa perno su alcuni temi, tra cui l’utilizzo e il concetto di resilienza. lei crede che queste ipotesi siano fattibili?

Se pensiamo a quello che ci è accaduto in Italia, siamo statti tutti in grado di trasferire (e i fatti parlano chiaro), decine e decine di migliaia di lavoratori della P.A. dal lavoro in ufficio allo smart working, al lavoro da casa. Questo trasferimento è stato fatto secondo i nuovi strumenti del digitale. Indipendentemente dall’efficienza di questa operazione (alcune valutazioni a macchia di leopardo sembrano dirci che abbiamo una performance circa del 50%, anche se studi del Politecnico di Milano dicono che un uso proprio dello smart working dovrebbe portare ad un aumento del PIL nazionale del 15%) si tratta di un primo passaggio che ha dimostrato che siamo stati in grado di essere resilienti di fronte a un evento così complesso, e sotto certi aspetti catastrofico.

Quindi lei da un voto positivo a questo aspetto?

Sicuramente, questa è una grande prova che abbiamo dato, e sarebbe un peccato buttare alle ortiche questa esperienza estremamente importante che abbiamo maturato e che può esser utilissima per  caratterizzare il nostro futuro. E qui sta l’importanza della proposta della RUS.

Nuovi impianti normativi per un nuovo modello si sviluppo

Si spieghi meglio.

Noi abbiamo capito che è possibile lavorare da lontano, che è possibile lavorare non entrando in un ufficio, che è possibile fare scuola in rete, pur con tutti i limiti. Questo non significa che il nostro mondo sarà sempre in modalità smart working o e-learning, perché questo non lo vuole nessuno, ma significa che il futuro ci deve vedere più pronti ad utilizzare gli strumenti che via via sono a disposizione, e quindi anche che in qualche modo i nostri impianti normativi devono darci il giusto spazio.

Cosa va cambiato allora?

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“C’è la possibilità di poter incidere su un futuro che sembrava segnato”

Fino a due anni fa pensavamo di fare entrare le persone negli uffici pubblici prendendo le impronte digitali o attraverso il riconoscimento facciale. Oggi gli impiegati lavorare da casa. Possibile non riuscire a vedere l’adrenalina che sta in questo passaggio, il senso di libertà, immaginare una qualità della vita completamente diversa, opzioni diverse? Pensiamo che si può arrivare a usare di meno le auto, ridurre i consumi energetici, migliorare il livello di inquinamento, ridurre le patologie che derivano dall’inquinamento, insomma c’è la possibilità di poter incidere su un futuro che sembrava segnato. Abbiamo capito che certe cose sono possibili. Pensi a Rai scuola, piuttosto che trasmettere cartoons fa didattica, e questo nella sua semplicità è incredibile.

Cosa significa questo secondo lei?

Significa che se vogliamo farne tesoro, questa esperienza ci insegna ad avere più consapevolezza degli strumenti di cui disponiamo, non solo per produrre profitto ma per vivere meglio. E che offrirà opportunità incredibili anche al mondo della scuola.

Cambierà il modo di lavorare?

La lettera della RUS si apre al mondo della ricerca accademica e della produzione. Lei crede che ci sarà un cambiamento reale?

E’ evidente che ci sarà. E sarà non uno ma una serie di cambiamenti che riguardano la sostenibilità che devono essere fatti necessariamente su tutte le dimensioni. Cioè se noi vogliamo un futuro più sostenibile non possiamo realizzarlo solo impedendo che la gente prenda la macchina; dobbiamo farlo favorendo i mezzi pubblici e in particolare alcuni mezzi pubblici, come quelli a minore impatto ambientale. Quindi dobbiamo cambiate il sistema globale del lavoro, e questo è possibile solo se agiamo su tante dimensioni, normativa, economica, ambientale, sociale.

E’ una visione d’insieme tutt’altro che semplice…

E’ vero, però questa pamdemia nella sua crudezza sta diventando un gigantesco esperimento sociale che ci sta insegnando che è possibile cambiare e che siamo capaci di vivere il cambiamento perchè che lo abbiamo fatto e lo stiamo facendo. Quindi si decida quale cambiamento vogliamo, che tipo di futuro vigliamo. Pensiamo a chi lavora molto lontano da casa. Molta gente la mattina presto prende il treno a Caserta per andare a lavorate a Roma e la sera ripete lo stesso tragitto verso casa. E’ tutta energia dissipata e non pensiamo solo a quella necessaria a far muovere il treno, ma in termini di qualità della vita, di tempo sottratto alle famiglie, ai figli.

Per affrontare la disoccupazione giovanile

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“Se noi scegliamo un altro modello di sviluppo, sicuramente risolviamo il problema della disoccupazione giovanile” (Flikr, immagine di dominio pubblico)

Lei sta dicendo che la pandemia trasformerà la forza lavoro. ma potrà sviluppare anche nuova forza lavoro? potrebbe paradossalmente permettere che si possa cominciare ad affrontare in una maniera moderna la disoccupazione giovanile?

Se noi scegliamo un altro modello di sviluppo, sicuramente risolviamo il problema della disoccupazione giovanile. La disoccupazione giovanile esiste nella misura in cui il mercato del lavoro è assoggettato alle logiche dell’economia più che al benessere sociale dell’individuo. Questo è uno spostamento di logiche che andrebbe fatto. Se noi lavorassimo in quest’ottica, che è poi l’ottica dettata dagli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030, ci sarebbero grandi opportunità per inserire nuove professionalità, tenendo conto che anche con questi strumenti innovativi emerge tutta una serie di nuovi lavori che adesso non esistono. Quindi lo spazio è infinito ma bisogna decidere di occuparlo.

Non le sembra una ricetta un po’ troppo semplice?

Se noi come nazione fossimo in grado di attivare delle politiche di innovazione sostenibili, la perdita dovuta per esempio al turismo sarebbe recuperata in 2 anni. Il problema è che se noi vogliamo ricostruire la normalità cui eravamo abituati, con tutti i problemi di quella normalità, probabilmente non ci riusciremo e comunque torneremo a una normalità che era già malata. Quindi lo sforzo che bisogna fare ed è uno sforzo intellettuale, decidere che vogliamo cambiare: non dico sapendo esattamente come vogliamo cambiare, perché è un po’ difficile, ma almeno capire la direzione che vogliamo intraprendere.

Parola d’ordine: sostenibilità

In quale direzione deve andare il cambiamento?

La direzione è quella di uno sviluppo sostenibile, l’unica che può darci una crescita reale, perché abbiamo capito che lo sviluppo cui eravamo abituati aumenta l’inquinamento con tutto quello che ne deriva e con  tutti i costi associati. Non ci scordiamo che uno sviluppo sostenibile è tale anche dal punto di vista economico. Fino a pochissimo tempo fa alcuni guadagnavano tantissimo e in poco tempo ma di fatto questo generava delle disparità mostruose. Ed è chiaro che questo non poteva reggere sempre, non può e non potrà reggere. Questa tragedia ci ha dato contezza che noi siamo in grado di cambiare.

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