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Referendum No-triv: quante bugie!

Trivellazioni, quanta confusione sotto il mare ed anche fuori: partendo da Obama, passando da Renzi ed Emiliano e viaggiando idealmente fino al consigliere del più piccolo dei comuni italiani, si assiste ad un dibattito inesistente e sterile cui partecipano in tanti senza guardare al futuro del Paese e contribuendo alla confusione dell’elettore.

Negli USA temono tutti le conseguenze delle trivelle sulla vita marina, sul turismo, sulla salute e sulla qualità di vita dei residenti e lo hanno manifestato al governo circa 1 milione (sic) di osservazioni, tanto che Obama si è schierato contro le trivelle. Ma negli Stati Uniti è diverso, in quanto loro viaggiano in un mare di petrolio e di concretezza e hanno fatto una scelta su alternative differenti. Le condizioni al contorno in Italia sono diverse e il mare di petrolio è sostituito da un mare di incapacità ed inefficienza, inquinato poi da debiti e tangenti.

Il premier Matteo Renzi ha recentemente ricordato che "il partito padre del nostro, il Pds, ha già più volte espresso il principio di far fallire un referendum" con l’astensione.

Il premier Matteo Renzi ha recentemente ricordato che “il partito padre del nostro, il Pds, ha già più volte espresso il principio di far fallire un referendum” con l’astensione.

Ma veniamo all’invito a non votare: il premier ha recentemente ricordato che «il partito padre del nostro, il Pds, ha già più volte espresso il principio di far fallire un referendum» con l’astensione. Poi l’attacco ai governatori no triv: «Pensate a quanti posti negli asili le regioni avrebbero potuto fare con i soldi» che si spenderanno per la consultazione.
“Il principio di far fallire un referendum” con l’astensione, era stato espresso infatti nel passato (ad es. nel 2003) dal PdS di Piero Fassino, che in occasione del referendum sull’art. 18 propose e impose la linea del “non si va a votare”. Si parlava di astensione attiva, motivata dall’idea del vecchio PCI secondo cui soltanto le leggi trovano le soluzioni adatte per problemi complessi. Non diciamo quindi che Renzi vuole boicottare il referendum perché di destra: inquiniamo solo il dibattito.

La verità è invece che la legge di stabilità 2016 ha fatto un pasticcio e sia il presidente Renzi che i renziani hanno deciso di difenderla per principio.

Ripartiamo dal quesito –  Il testo è “Gli italiani vogliono abrogare l’art. 6, comma 17, terzo periodo, (omissis), limitatamente alle seguenti parole: “per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale”?

Non mi sembra strana la posizione del governo e del partito di maggioranza, il Pd, favorevole all’astensione, anche se arrivano critiche “amiche” dal  governatore pugliese, nonché segretario democratico, Michele Emiliano. In un precedente articolo su Ambient&Ambienti ne avevamo riportato lo sfogo: «Un partito, che ha anche il presidente del Consiglio – attacca Emiliano – , deve dire o sì o no su un referendum, non dovrebbe dare indicazioni di astensione». Emiliano ha ragione. L’unica cosa che, però, potrebbe dire il PD è quella di votare per il NO, in quanto il PD stesso è la principale causa del referendum e della relativa spesa di oltre 360 milioni di euro che provoca. Poco più di 3 mesi fa, infatti, il Partito in massa ha votato, al Senato e alla Camera, la fiducia sulla legge di stabilità 2016, quella che ha previsto l’abrogazione di due periodi del codice dell’ambiente vigente, sostituendoli con un testo da cui il referendum dovrebbe eliminare le parole “per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale”. Se contiamo anche congiunzioni e preposizioni sono 18 parole: provocano un danno di oltre 360 mln di euro e quindi di circa 20 mln a parola. Se consideriamo che hanno votato la fiducia 459 parlamentari, ciascuno di essi ha provocato una “spesa per il referendum da trivelle” di circa 785mila euro.

Considerando che un ricercatore costa 20mila euro l’anno, hanno tolto la possibilità di uno stipendio a non meno di 18mila giovani ricercatori, il futuro del nostro Paese.

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Se vince il “NO” (o non si raggiunge il quorum) non vi sarà più la procedura di Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) per le attività da rinnovare e non ci sarà più voce in capitolo per le amministrazioni locali

Quanto sta succedendo in Italia in questi ultimi due anni sconta forse periodi di ambientalismo dilagante ed intransigente, a lungo prevaricatorio e che ha distrutto la vera cultura dell’ambiente. Se quanto sta accadendo è il frutto di una reazione ai falsi ambientalisti, occorre però evitare di continuare a farsi del male da soli.

Salta la VIA? – Ma ci sono altri aspetti da non trascurare nella lettura della variazione introdotta con la legge di stabilità 2016. Se vince il “NO” (o non si raggiunge il quorum) non solo potranno proseguire le attività, ma non vi sarà più la procedura di Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) per le attività da rinnovare e non ci sarà più voce in capitolo per le amministrazioni locali, visto che con la legge di stabilità 2016 è scomparsa la previsione della VIA ed è stata eliminata la frase “sentito il parere degli enti locali posti in un raggio di dodici miglia dalle aree marine e costiere interessate dalle attività di cui al primo periodo”. Se vincerà il “SI” non saranno più possibili le attività oltre la durata della concessione ottenuta.

Per Renzi vi saranno migliaia di posti di lavoro in meno e non possiamo permettercelo. Per Emiliano ed altri Governatori contrari alle trivelle, estendere la durata alla vita utile espone al rischio ambientale e a quello associato di perdita di decine di migliaia di posti di lavoro per potenziali danni al turismo dall’impatto ambientale di incidenti rilevanti.

E intanto continua la cattiva informazione che non aiuta i cittadini.

Vorrei che il Governo favorisse l’informazione e la partecipazione degli elettori ad un processo democratico che non può mancare, schierandosi se ritiene a favore del “NO”, ma esprimendo liberamente il proprio convincimento e lottando contro l’astensione.

Ma c’è un’altra strada  – Occorre infatti evidenziare che l’art. 39 delle norme sui referendum stabilisce che “Se prima della data dello svolgimento del referendum, la legge, o l’atto avente forza di legge, o le singole disposizioni di essi cui il referendum si riferisce, siano stati abrogati, l’Ufficio centrale per il referendum dichiara che le operazioni relative non hanno più corso”. Il partito del “NO” sa di vincere e per questo non modifica la legge.

Allora perché non farsi promotori con urgenza di una norma per rimuovere la previsione della legge di stabilità 2016 riportando la validità della precedente normativa? È una garanzia per tutti. Le autorizzazioni potrebbero comunque sopravvivere secondo le disposizioni previgenti a condizione di sottoporsi, alla scadenza, alla procedura di Valutazione di Impatto Ambientale e previo parere degli Enti Locali. Resterebbero ferme le prerogative del Consiglio dei Ministri (CdM), che rimangono sempre attivabili. Non c’è infatti motivo per bypassare la procedura di VIA, visto che al CdM rimane l’ultima parola nel caso di mancato accordo tra le Amministrazioni che si esprimono in merito.

Nel frattempo, risparmiando sul referendum, mettiamo a disposizione dei nostri giovani le tanto aspirate e necessarie 18mila borse di studio: significa orientare lo sguardo al futuro e finanziare la ricerca magari nel settore delle energie alternative. Penso che Renzi, se facesse così, ne ricaverebbe ulteriore consenso.

 

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