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Referendum: le ragioni del si e del no

A due settimane dal referendum sulle trivelle – o meglio, se alle compagnie petrolifere sia concessa una proroga finché non si esaurisce il giacimento – il clima, soprattutto politico, si fa di giorno in giorno sempre di più incandescente. Scrive Michele Ainis sul Corriere della Sera che la consultazione popolare è stata chiesta da nove governatori eletti, contro un presidente del Consiglio non eletto, «sicché il referendum potrà delegittimare i primi, rilegittimare il secondo: un torneo a eliminazione diretta».

Ma in gioco, spiega Ainis, c’è anche il potere decisionale sull’energia: oggi, secondo la Costituzione attuale, decidono insieme Stato e Regioni; secondo la Costituzione che nascerà dopo il referendum confermativo, che dovrebbe tenersi nell’autunno prossimo, invece, deciderà solo lo Stato.

«Meglio che di trivelle non si parli. Meglio creare diversivi» dichiara il deputato Francesco Paolo Sisto, commissario di Forza Italia per Bari e provincia e meglio se non si va a votare, sale la voce del partito dell’astensione.

Per Andrea Boraschi, responsabile della campagna Energia e Clima di Greenpeace Italia, «se vincesse il sì al referendum del 17 aprile si porrebbe un limite temporale alla presenza ingombrante e inquinante delle piattaforme sotto costa e ciò non comporterebbe alcun deficit energetico per l’Italia né la perdita di posti di lavoro». (Nella photogallery, attivisti di Greenpeace si sono arrampicati su una piattaforma per esporre gli striscioni contro le trivelle)

Boraschi smentisce l’utilità delle attività estrattive sia per quanto riguarda la bilancia energetica nazionale sia per le casse dello Stato: «le piattaforme incluse oggi nel tratto di mare tra la costa e le 12 miglia, producono un quantitativo di gas che è l’equivalente del 3% dei consumi annui nazionali e in termini di petrolio producono molto meno, qualche misero decimale».

Inoltre, sottolinea l’ambientalista, «questo gas e questo petrolio, una volta estratti, non sarebbero italiani, sarebbero delle compagnie e per estrarre gas e petrolio, in Italia le compagnie petrolifere pagano le royalties più basse del mondo: appena il 7% del valore di quanto estraggono». La maggior parte di questi impianti, poi, sono così poco produttivi da rimanere sotto una soglia di produzione definita franchigia, per cui non si pagano royalties.

Quanto all’inquinamento, intorno a queste piattaforme si rileva una contaminazione grave e diffusa di metalli pesanti e idrocarburi i cui valori «sono tre volte su quattro al di fuori dei parametri di legge», sostiene ancora Andrea Boraschi,

La vittoria del sì, per il responsabile di Greenpeace , costituirebbe un importante messaggio per il governo, quello di cambiare indirizzo e di non puntare più sulle fonti energetiche fossili: «questo Paese può garantirsi prospettive di indipendenza energetica puntando solo sulle fonti rinnovabili e sull’efficienza».

Per il “SI”, si sono espressi anche alcuni vescovi, sulla linea di Papa Francesco che nell’enciclica “Laudato sì” ammonisce le tecnologie basate sui combustibili fossili. «La Chiesa non si impiccia ma non rimane sorda e muta» ha detto il vescovo di Catanzaro Vincenzo Bertolone, quindi anche l’arcivescovo di Taranto Filippo Santoro e quelli di Ugento e Trani invitano a votare «sì» e Monsignor Galantino, portavoce della CEI, dalle colonne del Corriere della Sera lancia l’appello al governo «a creare luoghi seri di confronto evitando semplificazioni e scomuniche contrapposte».

Per la ragioni del “NO”, «si tratta dell’ennesima occasione persa dal Paese – commenta Alessandro De Felice presidente di ANRA, l’Associazione Nazionale dei Risk Manager e Responsabili Assicurazioni Ambientali -, perché si utilizza una consultazione popolare e democratica come l’istituto referendario per provare a risolvere una questione puntuale di negoziazione di sfere di influenza tra Stato e Regioni. In particolare, le Regioni che hanno promosso il referendum sembrano voler far leva sullo stesso per acquisire potere in materia energetica e non solo, visto che è in discussione una riforma costituzionale che ridarebbe il monopolio decisionale al governo».

Se vincessero i “SI”, «migliaia di posti di lavoro andranno persi», afferma De Felice. Le piattaforme messe in discussione dal referendum sono 105, per cui, secondo il presidente dell’ANRA, si perderebbero almeno 6mila posti di lavoro solo a Ravenna. Inoltre, l’Italia dovrebbe importare quantità maggiori di risorse dall’estero e dovremmo rinunciare a circa il 60-70% della produzione di gas metano, una fonte energetica considerata strategica per la transizione verso modelli più sostenibili.

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