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Quando l’ambiente costa la vita


L'associazione Global Witness ha presentato il dossier "A hidden Crisis?" in occasione del summit Rio+20

Il mondo della comunicazione brulica di notizie, storie e avvenimenti: ci sono quelle che tempestano i notiziari ed i telegiornali nazionali ed internazionali; altre, invece, finiscono per rimanere un po’… nascoste. È proprio su questo concetto che si basa l’interessante quanto sconcertante dossier elaborato dalla Organizzazione-non-governativa Global Witness, il cui titolo è – per l’appunto – A hidden crisis?; la documentazione è stata presentata in occasione della Conferenza sullo sviluppo sostenibile “Rio+20”, in Brasile.

Una “crisi nascosta” – La tutela ambientale – si sa – non è una cosa semplice, ma è altrettanto certo che i conti non tornano assolutamente quando alle parole, alle iniziative e alle manifestazioni si risponde con la violenza, gli omicidi e l’omertà. I conti non tornano – come riporta questo dossier – se negli ultimi dieci anni ben 711 persone – ambientalisti, giornalisti, attivisti e leader di comunità indigene – hanno perso la vita per “questioni ambientali”:un morto a settimana, per intenderci, e le proiezioni non sono confortanti, se si osserva il crescente e preoccupante aumento degli omicidi negli ultimi anni.

La "mappa" dei giornalisti uccisi negli ultimi 10 anni

E non va neppure dimenticato che i numeri sono, sì, ufficiali, ma molto probabilmente non rispecchiano la realtà dei fatti, perché trascurano o ignorano quei Paesi più ricchi di risorse ma al tempo stesso più carenti dal punto di vista dell’informazione, e pertanto non tutti i fatti giungono alle “orecchie occidentali”.

La politica da che parte sta? – Dal Laos all’Indonesia, dalla Cina alla Cambogia, dal Brasile al Perù e alla Colombia, passando per tanti altri Paesi soprattutto del Centro Africa, le “stragi ambientali” sembrano tutte essere legate a doppio filo col mondo della politica; non staremo qui ad elencare storia per storia come sono andate le cose, ma è vero che se in alcuni casi il governo si è fatto garante (con alterno successo) della salvaguardia degli attivisti e degli ambientalisti, in altri invece si può quantomeno sospettare che ci sia proprio lo zampino di chi è a capo dei villaggi o dei comuni.

Bill Kyte

Scontri tra comunità o con le forze di sicurezza, sparizioni, utilizzo di sicari, assassinii sotto custodia degli agenti di polizia: i casi sono stati molteplici, ed in alcune circostanze le indagini su queste morti sono state e aperte e chiuse nel giro di qualche giorno, a testimonianza della mancata o superficiale forza di approfondire la verità; lo stesso Billy Kyte compaigner di “Global Witness” – nel sottolineare le lotte mortali per l’accesso alla terra, alle foreste e alle risorse naturali, ricorda anche che «una cultura dell’impunità pervade questo settore, con poche condanne comminate contro gli autori».

Lanciare l’allarme proprio in occasione della Conferenza di Rio ha voluto indicare, in un certo senso, la necessità di rompere questo silenzio, renderlo un po’ meno “nascosto” e sensibilizzare soprattutto le fasce politiche ad una diversa attenzione verso i testimoni scomodi che rischiano di diventare veri e propri martiri rispetto al tortuoso cammino dello sviluppo ambientale.

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