A guardarle bene le pietre di Puglia, che, pezzo per pezzo, una sull’altra, costituiscono le Chiese e le Cattedrali, hanno tutte un’anima. Ognuna di esse, dopo esser stata cavata dalla buia terra, portata al sole, essiccata della sua intima acqua è stata squadrata, sbozzata, trasportata ai piedi dell’edificio da costruire, è stata scelta nel mucchio da uno scalpellino che ne ha apprezzato le proporzioni, il colore, la forza fisica e la destinazione d’uso, nella complessa costruzione dell’opera architettonica.
Tantissime ritornano nel buio, al centro di mura ciclopiche, altre, più fortunate, per sempre alla luce del sole, ai suoi caldi raggi, alla vista degli uomini. Pochissime, la sorte le ha scelte per ruoli storici: un’incisione a basso rilievo di una iscrizione, un monogramma, una parola, una frase in latino, una data. Altre, in particolare, sono state prescelte per diventare sculture di uomini, donne, santi, madonne, animali fantastici in cui, oltre ad esprimersi per la loro forma, luce, densità, profondità, chiaroscuro, trasmettono altro, cambiano stato; da pietre generiche, la loro nuova forma, assunta dopo la lavorazione dello scalpellino-scultore, diventa altro, imponendosi alla mia attenzione dopo essere stata martellata, picconata, rigata, bucata dalle mani, dal pensiero e dall’immaginazione dell’uomo-scultore che in essa ha riversato tutto il suo mondo interiore, plasmandola a sua discrezione.
Essa, impassibile, muta, sempre pronta ad assorbire le minime intuizioni umane, fissa per sempre, nella sua massa, tutta la sensibilità, la dolcezza, l’anima che l’uomo-artista desidera trasferirgli nel tempo futuro. Sente di essere testimone di idee, concetti, forme che alludono ad altre forme mentali; sente di essere immortale e d’aver assorbito un’anima dentro di sè, l’anima dell’uomo-artista che l’ha concepita.
Essa non parla, ma sente d’essere stata prescelta per diventare pietra d’angolo, croce-pinnacolo, cornice, nicchia, fonte battesimale, fontana, balconata, muro ciclopico, assumendo in sè i moti interiori dell’uomo-architetto che, utilizzandola in vari modi, ne declina la sua anima. Ad essa l’uomo ha trasferito il suo pensiero, la sua spiritualità, la sua passione d’esistere, di vivere, di segnare il suo passaggio sulla terra. Ad essa ha consegnato, per l’eternità, una sua idea del mondo vissuto tra gli uomini, attraverso segni, incisioni, graffi e levigatura che porge alla vista degli uomini. Essa sente di essere testimone attento del tempo e, nel tempo, custodisce il suo tesoro fatto di volti, occhi, mani, spade, pesci, velli, elefanti, ma anche tormento umano, pianto, allegria, guerra, vittoria, carestia, peste, rinascita.
«Ogni pietra di Puglia sente di essere testimone di idee, concetti, forme che alludono ad altre forme mentali; sente di essere immortale e d’aver assorbito un’anima dentro di sè, l’anima dell’uomo-artista che l’ha concepita» (Nella foto: Barletta, Cattedrale – Scultura)Le pietre di Puglia sono un libro aperto da leggere e interpretare; sono segni della storia più della storia stessa. Un libro che va letto con calma, attenzione, coscienza e conoscenza attraverso i simboli incisi i quali, sommandosi mi trasferiscono conoscenza, storia, leggenda dell’uomo, tramandandomi un tempo passato, una cultura, un sogno, un pensiero, un modo d’essere uomini sulla terra.
Ora, ancor più, mi rendo conto che le pietre di Puglia “parlano” più di tutti gli esseri viventi, nonostante siano mute. Una sensazione di eternità e intensità esce dalla loro massa, diventano leggere e conquistano lo stato di leggerezza sfidando la gravità. Sono leggere come il pensiero più nobile degli uomini, diventano altro, sono libri tra passato e futuro che stimolano a immaginare altre forme fondate su nuovi pensieri. Forme che vengono da lontano, molto lontano, ma che diventano contemporanee nell’atto stesso d’essere viste, percepite, lette, toccate con gli occhi e con le mani.
Un libro-diario dei giorni del tempo dell’uomo sulla terra scritto con segni indelebili, incancellabili e indistruttibili che conservano, per sempre, la capacità di memorizzare, nella massa lapidea, una quantità infinita di informazioni che stimolano riflessioni contemporanee sulla vita attraverso un linguaggio tutto visivo e tattile, in cui l’esperienza umana del mondo è racchiusa in una somma di forme che, in modo inequivocabile e sorprendente, racchiudono in se un’anima che si fa arte, che si fa architettura.
(Le foto sono di Domenico Tangaro)


