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Proteste a Porto Tolle, Greenpeace a processo contro l’Enel

Oggi, 19 aprile, alcuni attivisti di Greenpeace saranno giudicati per le azioni di protesta messe in atto davanti alla centrale ENEL di Porto Tolle nel 2006.

I reati loro contestati sono interruzione di pubblico servizio e danneggiamenti. Gli ambientalisti evidenziano il paradosso delle loro accuse: nei giorni della protesta la centrale, peraltro non a norma, non era operativa. Per quanto attiene ai danneggiamenti, gli attivisti di Greenpeace, armati di vernice e pennello, scrissero sulla ciminiera NO AL CARBONE: un danno, questo, decisamente inferiore rispetto a quello ambientale provocato dalla centrale.

La protesta nasceva dalla volontà dell’azienda di convertire quell’impianto a carbone, fonte energetica nociva per il clima e la salute, ignorando la disponibilità – proprio davanti all’impianto – del più grande terminal gasiero offshore al mondo.

Due le vicende che, in questi anni, hanno dato ragione alle tesi di Greenpeace. I vertici ENEL e i dirigenti della centrale sono stati condannati, con sentenza definitiva, per i mancati controlli ambientali sulla centrale. Inoltre, la Commissione Europea ha apportato un consistente taglio al piano di emissioni di CO2 presentato dal Governo italiano: inizialmente è stato proposto un tetto di emissioni di 209 milioni di tonnellate/anno. Il dato, decisamente superiore a quanto imposto dalle direttive europee (186 milioni), ha subito un ridimensionamento pari a 13 milioni di tonnellate/anno.

Il processo Porto Tolle, ricorda il direttore esecutivo di Greenpeace Giuseppe Onufrio, è uno dei tanti appuntamenti giudiziari degli ambientalisti con ENEL, in cui quest’ultima si è costituita parte civile contro l’associazione.

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