Profughi climatici contro l’ambiente che muta

Il mondo comincia a conoscere una nuova categoria di rifugiati: i profughi ambientali o climatici.

Gli studiosi affermano che, a causa dell’esaurimento delle risorse idriche, 50 milioni di persone abbandoneranno le loro terre natie entro i prossimi dieci anni. Si pensi, ad esempio, alle comunità in India, Cina e Messico, dove le falde acquifere si sono svuotate, oppure alla crescita del Gobi, deserto della Cina del nord. Ora ci sono i profughi del deserto, che si sono spostati in Mongolia, Ningxia e Gansu: 4 mila comunità si trovano ad affrontare lo spopolamento.

Altra causa di migrazioni ambientali, l’aumento del livello del mare. Si temono inondazioni in Cina, India, Indonesia, Pakistan, Filippine, Corea del Sud, Thailandia e Vietnam, che costringerebbero milioni di esseri umani a spostarsi verso l’interno di questi Paesi, già sovraffollati.

Nonostante il fenomeno sia ormai evidente, gli sfollati ambientali non sono riconosciuti dalla convenzioni internazionali: le diverse forme di assistenza sociale sono destinate soltanto alle vittime di violenza o di guerra. Occorre rivedere i trattati internazionali, inserendo lo status di rifugiato ambientale: dietro ogni forma di migrazione, bisogna ricordarlo, vi è una rivendicazione di sopravvivenza.

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