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Processo Eternit: condannati a 16 anni di reclusione i due imputati

Il presidente Giuseppe Casalbore legge la sentenza

Condannati! Il processo Eternit, il più grande mai celebrato dal tribunale di Torino, si è concluso, in primo grado, con la condanna a sedici anni di reclusione (per i reati di cui agli art. 434 e 437 c.p.) i due unici imputati, il miliardario svizzero Stephan Schmidheiny, 62 anni, e il barone belga Jan Luis Marie Ghislain De Cartier De Marchienne, di 90. Il procuratore Raffaele Guariniello, capo del pool di pm che ha indagato sui vertici della multinazionale svizzera dell’amianto, aveva chiesto una condanna a venti anni. Ai due sono state contestate le morti di 2.100 persone e le malattie che hanno colpito altre 800 tra dipendenti, famigliari e chi abitava nelle immediate vicinanze delle fabbriche di Casale Monferrato (Alessandria) – città simbolo, ormai, della lotta all’amianto che da sola conta 1800 vittime – Cavagnolo (Torino), Rubiera (Reggio Emilia) e Bagnoli (Napoli).

Schmidheiny e De Marchienne, inoltre, sono stati condannati a risarcire i familiari delle vittime e degli ammalati, all’interdizione perpetua dai pubblici uffici, l’interdizione legale, l’incapacità a contrattare con la pubblica amministrazione per tre anni e al pagamento delle spese processuali. I due, però, sono stati dichiarati colpevoli solo per Casale Monferrato e Cavagnolo perché per quanto riguarda gli stabilimenti di Rubiera e Bagnoli il reato è caduto in prescrizione. La corte ha fissato, inoltre, i risarcimenti per le parti civili nella misura di 30mila euro per ogni congiunto e 35mila euro a testa per gli ammalati; quindi 100mila euro a favore di Cgil, Usr Cisl Piemonte, Usr Cisl Torino, Feneal, Uil Reg, Uil Prov Alessandria e per l’Associazione vittime dell’amianto, 25milioni per il comune di Casale Monferrato, 4milioni per il comune di Cavagnolo, 20milioni di euro per la Regione Piemonte e una provvisonale di 15milioni per l’Inail. Al WWF e all’associazione Medicina Democratica 70mila euro.

6.392 le parti civili che si sono costituite in giudizio. Nel computo delle vittime, però, sono stati ignorati gli ex dipendenti della fabbrica di Priolo Gargallo, in provincia di Siracusa, dove le vittime sono diverse centinaia.

L’avvocato di parti offese, Ezio Bonanni chiederà al governo svizzero l’estradizione e le misure cautelari personali e reali ai danni dei due condannati, cioè il sequestro dei beni perché «non è giusto che se uno ruba una mela va in galera e loro che hanno fatto morire tremila persone stanno ancora in giro, e le loro fabbriche continuano a produrre l’amianto killer, come in Brasile, dove le ditte sono intestate a prestanome».

L’attesa è durata tre anni, dal 6 aprile 2009 giorno della prima udienza, che si è articolata in articolato in 65 udienze. Dopo la sentenza, il presidente Giuseppe Casalbore ha letto il lungo elenco dei deceduti agli oltre millecinquecento presenti in aula, mentre all’esterno le associazioni manifestavano per sollecitare l’intervento immediato delle istituzioni in difesa del diritto alla salute.

I manifestanti chiedono l'immediato intervento delle istituzioni

La decisione dei giudici torinesi in merito alla questione amianto, era attesa anche per gli aspetti legali relativi alle morti sul lavoro e al risarcimento delle vittime ed è esemplare anche per quanti, all’estero, vorrebbero occuparsi della questione amianto, da considerarsi, ormai, un’emergenza non solo nazionale. In Italia e nel mondo muore per malattie asbesto correlate una persona ogni cinque minuti; undicimila nuovi casi di mesotelioma sono attesi nei prossimi dieci anni ma il picco è ancora lontano.

Grazie all’esperienza maturata dagli avvocati delle parti civili in questo processo che hanno fornito ai pm documenti fondamentali per sostenere l’accusa, a Parigi è nata “Interforum”, un’associazione internazionale di giuristi, che raccoglie legali di Francia, Belgio, Svizzera e Germania pronti a dare battaglia alla multinazionale svizzera e ad aiutare i comitati cittadini di ogni Paese.

«L’amara vittoria riportata oggi con questa storica sentenza di colpevolezza non può cancellare le migliaia di vittime che l’amianto ha fatto in Italia e nel mondo. La sentenza conferma la gravità del disastro ambientale e sanitario che ha comportato un danno inenarrabile, non solo vicino allo stabilimento ma in un’area molto vasta che interessa quarantotto comuni attorno a Casale Monferrato, e agli altri tre stabilimenti italiani, il tutto aggravato dal fatto che il numero dei morti non è calcolabile visto che continuerà a salire anche a distanza di anni». Commenta Patrizia Fantilli responsabile ufficio legale-legislativo WWF Italia.

Le foto e il filmato sono stai realizzati da Lorenzo Piscazzi per Ambient&Ambienti

 

 

 

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