Presentato il “Rapporto Cave 2014” di Legambiente

Una cava di marmo in Sicilia

Da Nord a Sud, in tutto il Paese, le cave attive sono 5.592, quelle dismesse e monitorate addirittura 16.045, con quelle delle regioni che non hanno un monitoraggio (Calabria e Friuli Venezia Giulia) il dato potrebbe salire a 17mila. Nonostante la crisi del settore edilizio e di conseguenza del lapideo, i numeri rimangono comunque impressionanti: 1miliardo di Euro di ricavo, 80milioni di metri cubi di sabbia e ghiaia, 31,6milioni di metri cubi di calcare e oltre 8,6milioni di metri cubi di pietre ornamentali estratti nel 2012. Rilevanti sono anche gli impatti e i guadagni legati all’estrazione di pietre ornamentali, cioè di materiale pregiato, dove sono minori le quantità estratte ma altissimi i guadagni e gli stessi impatti (dalle Alpi Apuane al Marmo di Botticino-Brescia, alla pietra di Trani).

A governare un settore così importante e delicato per l’impatto ambientale è tuttora un Regio Decreto del 1927, quindi datato. Inoltre in molte Regioni, cui sono stati trasferiti i poteri in materia nel 1977, si riscontrano rilevanti problemi per un quadro normativo inadeguato, una pianificazione incompleta e assenza di controlli sulla gestione delle attività estrattive.

Questi, in sintesi, i dati del Rapporto Cave 2014 di Legambiente presentato a Roma insieme all’ebook sui paesaggi delle attività estrattive in Italia.

«La Puglia si pone ai primi posti tra le regioni italiane per quantità di materiale lapideo estratto e per numero di cave, soprattutto dismesse e/o abbandonate – dichiara Francesco Tarantini, presidente di Legambiente Puglia – La sua vocazione nel settore estrattivo è legata alla natura geologica del territorio che ben si presta alla coltivazione di pietra da taglio per uso ornamentale: un primato che si riflette negativamente sulle criticità ambientali, amplificate per decenni dalla mancanza del PRAE, del catasto cave e dall’estrazione a titolo gratuito».

Una cava nel territorio di Apricena (FG)

In Puglia sono 415 le cave attive, mentre sono ben 2.579 quelle dismesse e/o abbandonate che fanno balzare la nostra regione al secondo posto della classifica nazionale, dopo la Lombardia.

I due principali bacini estrattivi sono Apricena (FG) e Trani (BAT). Il bacino della Pietra di Apricena, tra i principali poli estrattivi italiani, si estende ai piedi del Gargano tra i comuni di Apricena, Poggio Imperiale e Lesina. Mentre il bacino della Pietra di Trani si estende tra i comuni di Trani, Andria, Bisceglie, Corato, Ruvo, Minervino Murge e Canosa ed è storicamente il più vasto giacimento calcareo pugliese, almeno fino alla fine degli anni ’80. La Provincia di Barletta-Andria-Trani detiene il primato di provincia con la più elevata concentrazione di cave, in relazione all’estensione del proprio territorio (una cava ogni 8,1 Km²).

Nonostante la crisi del settore edilizio, in Puglia si continua a cavare principalmente sabbia e ghiaia, quindi pietre ornamentali, calcare, argilla e gesso. Regione e Comuni incassano, però, solo lo 0,7% rispetto ai profitti delle aziende. Nel 2012 sui soli inerti cavati, pari a 10,3milioni di metri cubi che hanno fruttato 129milioni di euro di introiti ai cavatori, la Regione ha percepito solo 827mila euro.

Le cave dismesse rischiano di diventare luoghi privilegiati per lo smaltimento illecito di rifiuti

Canoni siano irrisori, secondo Tarantini. Ma «se, per esempio – dice il presidente di Legambiente Puglia -, si introducesse il canone di concessione del 20% del prezzo di vendita, così come accade in Gran Bretagna, la Regione Puglia potrebbe ottenere un’entrata pari circa a 31 milioni di euro ogni anno anziché 827mila euro, a fronte dei 10,3 milioni di metri cubi di materiale estratto».

La Regione Puglia non ha ancora provveduto a redigere un Piano di recupero ambientale per le cave dismesse, cioè quelle abbandonate prima dell’intervento normativo delle Regioni, per le quali sarebbero necessari un censimento e una conseguente riqualificazione ambientale. Ancora oggi, invece, è in vigore il solo obbligo di ripristino ambientale delle cave in esercizio.

«Chiediamo alla Regione Puglia di adottare un piano di recupero ambientale per tutte quelle cave dismesse o abbandonate che, specie in questo periodo, rischiano di diventare luoghi privilegiati per lo smaltimento illecito di rifiuti – conclude Tarantini -. Chiediamo di aumentare i canoni di concessione per l’attività estrattiva e, contestualmente, di promuovere il recupero degli inerti provenienti dalle demolizioni in edilizia da utilizzare al posto di quelli provenienti da cava per infrastrutture e costruzioni». 

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