Più verde urbano = più salute ai cittadini

Bari, Parco Rossani

Breve sintesi storica della presenza del verde urbano e alcune proposte per rendere più vivibili le nostre città

 

di Giuseppe Scotti (*)

I primi esempi di verde “pubblico”, inteso come porzioni di territorio non edificate e destinate al godimento della collettività, cominciano a delinearsi con il progredire delle scoperte e con l’evolversi del senso dei fabbisogni (non solo più elementari) dell’uomo, che proprio a causa di questi ultimi inizia a dedicare la massima concentrazione alle attività produttive. L’insediamento abitativo va progressivamente differenziandosi in rurale e urbano, e la copertura naturale del verde dei suoli inizia un inarrestabile processo di cambiamento in funzione dello sfruttamento umano, con una conseguente e  progressiva  crescita del sentimento di proprietà  inteso come “collettività”.

   Successivamente, con l’avvento dell’economia industriale, il concetto di proprietà va assumendo forme più radicali, privilegiando le attività che più si prestano ai fini speculativi, a scapito di quelle in equilibrio con la natura, come l’agricoltura. Si accentua così un indiscriminato sovvertimento degli elementi naturali, trascurando o superando le remore di salvaguardia e il rispetto del bene comune, su cui si era basata per lungo tempo l’economia delle forme di godimento collettivo. Le conseguenze più drammatiche di questa inversione di tendenza sono oggi, purtroppo, una realtà inconfutabile e percepibile da chiunque. Ormai l’azione antropica ha sovvertito i rapporti di reciprocità tra città e campagna e quelli di equilibrio tra uomo e ambiente, peraltro in un tempo estremamente breve, se rapportato ai milioni di anni in cui la natura ha regnato incontrastata e in equilibrio con gli esseri umani.

Oggi, nel momento culminante e drammatico dell’impatto con l’ambiente, l’uomo si ritrova costretto dalla gravità estrema della situazione, a individuare una forma di esistenza nella quale conciliare l’inarrestabile sviluppo industriale e urbanistico, con la salvaguardia dell’ambiente già fortemente compromesso.

A questo punto, solo un ritorno ad una sorta di continuum verde, di sistema di spazi verdi, potrebbe soddisfare il bisogno di contatto con la natura, riavvertito in misura sempre maggiore dall’abitante della città. Questo recupero dell’ambiente si compone in due fasi:

  • Fase di conservazione (salvaguardare gli spazi verdi esistenti);
  • Fase di riedificazione (progettazione di nuovi spazi verdi).

Il verde urbano e il cittadino

Non serve solo progettare e realizzare nuovi spazi verdi urbani, ma occorre conservarne l’integrità di quelli esistenti, attraverso una manutenzione costante che mostri ai cittadini quanto la stessa amministrazione comunale ci tenga al rispetto e alla conservazione di quello spazio (nella foto, Parco 2 Giugno – foto archivio)

Il bisogno sempre più ricorrente di stare all’aria aperta per goderne gli innumerevoli benefici è emerso in modo importante soprattutto durante e subito dopo il lungo periodo di lockdown imposto come misura di contenimento dell’epidemia di Covid 19. Durante quei lunghi mesi di “reclusione forzata” abbiamo ulteriormente capito quanto la qualità della vita di noi cittadini urbani sia strettamente connessa alla presenza di spazi verdi fruibili. A conferma di ciò è significativo un articolo pubblicato sulla rivista internazionale Urban Forestry & Urban Greening, relativo ad uno studio condotto in cinque Paesi europei – Italia compresa – e in Israele e coordinato dall’Istituto per la Bioeconomia del CNR.  Dalle interviste rivolte  ai cittadini dei suddetti Paesi in merito alla loro percezione degli spazi verdi urbani, durante la primavera 2020, con l’isolamento ancora in atto, è emerso come il tema del verde pubblico stia socialmente molto a cuore, così come  forte è il bisogno di poterne godere i numerosi benefici connessi.  È avvertita in modo altrettanto prioritario la consapevolezza dell’importanza del rispetto e della conservazione della natura, e dell’accessibilità agli spazi verdi (parchi, giardini, viali, ecc.) e dell’uso di mobilità ecosostenibile (mezzi elettrici, piste ciclabili, bike e car sharing, ecc.).

In Italia, ad eccezione del Trentino – Alto Adige, il verde pubblico non è ancora considerato alla stregua di altri àmbiti urbanistici, come la viabilità, l’edilizia, ecc. ossia come un bene fornitore di servizi ecosistemici e conseguentemente, di posti di lavoro. Esso purtroppo viene ritenuto una funzione marginale e integrativa del territorio, quasi fosse un ornamento e basta. In Paesi europei e occidentali più lungimiranti come Francia, Germania, e soprattutto i Paesi nordici, in fase progettuale di opere da realizzare o ristrutturare, è prassi consolidata ormai servirsi della consulenza e collaborazione di agronomi e paesaggisti da affiancare agli ingegneri e architetti, fornendo le opportune conoscenze/competenze nella delicata fase preliminare di studio di fattibilità e di valutazione di impatto ambientale. Da noi invece, la consuetudine porta prima di tutto alla edificazione, senza economizzare su calcestruzzo e bitume, per poi, forse, quasi per scrupolo o per il minimo dovere sindacale, inserire qualche elemento vegetale e/o  qualche rosicato decoro finale.

Basti pensare che soltanto tre, fra tutti i comuni italiani, e cioè Torino, Padova e Bologna vantano la presenza, nell’amministrazione comunale, di specifici dirigenti del verde pubblico, ai quali è affidato il compito di divulgare le buone pratiche agronomiche e tecniche per la gestione di parchi, giardini, aiuole e alberature urbane (fonte www.pubblicigiardini.it).  Inoltre, secondo i più recenti dati reperibili dall’Istituto nazionale di statistica –ISTAT che si rifanno all’anno 2021, risulta che nei 109 capoluoghi di provincia italiani, il cosiddetto “Piano del verde” è presente in poco più di 1 città su 10 (11, di cui 3 capoluoghi di città metropolitana,  su 109), e il “Regolamento del verde” nel 44,8% dei casi e il “censimento del verde” è realizzato da 3 città su 4. Solo in 25 capoluoghi viene svolto un monitoraggio finalizzato alla messa in sicurezza delle alberature cittadine.

Progettare non basta

E’ chiaro che investire nel verde pubblico, con lo scopo di rinnovare continuamente il patrimonio vegetale, comporta la destinazione  di ingenti capitali, di cui spesso le amministrazioni comunali non dispongono o che comunque riservano alla manutenzione di altri settori. Secondo l’”Associazione pubblici giardini” la spesa sostenuta mediamente nei comuni più attivi si aggira intorno a 1-1,10 euro/mq all’anno, quando in realtà dovrebbe essere di 1,5-2 euro/mq all’anno. Peraltro sono già trascorsi 10 anni dalla Legge N° 10  del 14 gennaio 2013 dal titolo “Norme per lo sviluppo degli spazi verdi urbani”,  di cui l’Italia si è dotata per allinearsi alle tendenze politiche europee (e internazionali) in materia di sviluppo ecosostenibile e di conservazione della biodiversità. Tuttavia non basta una buona legge, occorrono soprattutto intenzioni e interventi concreti per farla rispettare.

Non serve solo progettare e realizzare nuovi spazi verdi urbani, ma occorre conservarne l’integrità di quelli esistenti, attraverso una manutenzione costante che mostri ai cittadini che ne usufruiscono, quanto la stessa amministrazione comunale (e chi la rappresenta), ci tenga al rispetto e alla conservazione di uno spazio il cui valore non è una semplice risultanza analitica delle cifre spese per realizzarlo, bensì una serie incredibile  di benefici diretti e indotti che tale area porta alla vita della collettività.

Non a tutti piace il verde in città

Per alcuni la presenza del verde pubblico è sinonimo di caduta e disseminazione di foglie non raccolte (foto Pixabay)

Purtroppo per alcuni la presenza del verde pubblico è sinonimo di caduta e disseminazione di foglie non raccolte, di polline sporcante e fonte di allergie, di infiltrazioni di radici, di dissesto del manto stradale, di caduta di alberi o di parte di essi, ecc., ossia di una serie di fastidiosi disservizi. In realtà, con una razionale ed adeguata progettazione, pianificazione e gestione, il verde pubblico potrebbe divenire un’importante fonte di numerosi servizi ecosistemici a carattere economico (fonti occupazionali), ambientale e sanitario. Un Paese dotato razionalmente di verde pubblico aumenta innanzitutto il proprio valore immobiliare generale; inoltre un verde curato e ben custodito lascia minor spazio al vandalismo, con conseguenti minori spese di ripristino. La presenza di alberature stradali, oltre ai benefici estetici, tende ad attenuare e ridurre la temperatura dell’asfalto, prolungandone la durata. Esistono particolari essenze arboree in grado di ridurre l’impatto altamente inquinante dei gas di scarico e di assorbire i metalli pesanti e le polveri sottili emessi nell’atmosfera.

Più verde, più lavoro

Vanno anche ricordate le opportunità lavorative volte alla cura del territorio, che una città “verde,” parallelamente alla apprezzabilità estetica, comporta.  A titolo esemplificativo, In Veneto, la cittadina di San Donà di Piave, con quasi 42mila abitanti, mantiene ben 8 giardinieri e una serra comunale di autoproduzione di piante da impiegare poi nelle aiuole e nelle aree verdi della città. Nonostante ciò, non tutta la superficie verde di pertinenza comunale (ossia con 1.400.000 mq, di cui circa 200mila a boschi di pianura in cui si pratica l’apicoltura), viene seguita in modo esauriente, al punto che è necessario ricorrere in parte, anche al privato, con appalti di servizio per le potature degli alberi e la cura e gestione dei prati. Va detto anche che l’amministrazione comunale di San Donà di Piave ha eliminato qualsiasi trattamento chimico nel verde pubblico, abolendo tutti i diserbi con prodotti di sintesi, attenendosi a quanto previsto dal Pan, il Piano d’azione nazionale, le cui linee guida consentono un margine molto ridotto per l’impiego di prodotti fitosanitari (sia tradizionali che biologici), in parchi e giardini.

Alberi in città: quali vantaggi?

Alla luce di questo modello positivo, vale infine la pena di sottolineare i molteplici benefici del verde pubblico sulla temperatura locale, sulla qualità dell’aria, sull’inquinamento acustico e sulla stabilità del suolo, effetti ormai noti da molto tempo. Le piante infatti contribuiscono in modo insostituibile alla riduzione dei livelli di inquinamento atmosferico attraverso la fotosintesi clorofilliana e quindi con la capacità fissativa del carbonio nei tessuti vegetali e l’assorbimento delle sostanze gassose altamente concentrate nell’aria cittadina.  Inoltre, evapotraspirando attraverso gli stomi fogliari e ombreggiando con le loro chiome, gli alberi abbassano la temperatura nei periodi estivi, riducendola di alcuni gradi, portando refrigerio e un miglioramento generale alla percezione della temperatura. Inoltre, nei suoli poco permeabili per natura o per azione antropica, laddove il deflusso delle acque meteoriche diventa difficoltoso, gli alberi e gli spazi verdi attraverso le loro radici favoriscono l’infiltrazione dell’acqua, col doppio vantaggio di ricaricare le falde e ridurre il carico idrico superficiale e determinando minori allagamenti ed esondazioni.

L’Amaranto assorbe il cesio radioattivo (foto Kurt Stuber – Wikipedia)

Dal punto di vista sanitario, va ricordato che la contemplazione di prati e di luoghi fioriti fa bene alla salute, allevia l’ansia e lo stress, migliorando lo stato psicologico delle persone, attenuandone l’incidenza delle malattie e conseguenzialmente, alleggerendone i costi del sistema sanitario.

Per concludere circa l’importanza delle piante quali nostre preziose e indispensabili alleate, recentemente si è andata sviluppando, in particolare in Francia, una tecnica naturale di bonifica chiamata “fitorimediazione”,  di cui si sentirà parlare con maggior frequenza, in futuro. Questa tecnica permette il disinquinamento del terreno mediante le funzioni di assorbimento dovute a diverse piante, soprattutto erbacee, che sono in grado di “fitoestrarre” metalli pesanti e/o di indurre la degradazione di composti organici in suoli particolarmente inquinati. Cito alcune piante, a titolo d’esempio:

il Vetiver (Chrysopagon rizomioides Roberty)  assorbe metalli pesanti come l’alluminio e lo stagno;  l’Alisso (Alyssum) assorbe il nichel;  l’Amaranto il cesio radioattivo;  il Girasole ( Helianthus annuus) il cesio e lo stronzio; la Senape indiana (Brassica Juncea L. Czern) il piombo, il cromo, il cadmio, il nichel, lo zinco, il selenio e altri metalli pesanti; la Senape selvatica (Sinapsis arvensis) il nichel, il cadmio e lo zinco; il Colza (Brassica napus) il selenio; il Pioppo ibrido (Populus x Canadensis) l’arsenico, il cadmio e lo zinco.

(*) Agronomo, docente ora in pensione di scienze naturali nei licei

 

Bibliografia

F.Agostoni  C.M.Marinoni   -Manuale di progettazione di spazi verdi-    ed. Zanichelli

M.Meneguzzi   -Rendiamo le città più verdi e vivremo meglio-   Vita in Campagna 09/2021 ed. L’informatore Agrario Srl

 

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