Una macchia d’olio si sta diffondendo al largo delle coste siciliane: la probabile provenienza è la raffineria di Gela (impianto Topping1) di proprietà dell’ENI. Greenpeace denuncia l’ennesima minaccia ambientale: «la zona di Gela è fortemente provata da cinquant’anni di attività della raffineria – ha affermato Giorgia Monti, responsabile della Campagna Mare di Greenpeace Italia – ma non sembra che questo scoraggi i nuovi progetti della compagnia. Cosa deve succedere prima che si fermi?».
ENI, con EDISON, vogliono attivare un altro pozzo di estrazione al largo di Pozzallo, nel campo VEGA B, nonostante i problemi di inquinamento causati dal vicino campo VEGA A. Il ministero dell’Ambiente ha ricevuto a maggio la richiesta di avviare progetti di ricerca degli idrocarburi proprio davanti la costa di Gela; ad aprile è infine partita la VIA (Valutazione di Impatto Ambientale) per il pozzo esplorativo Vela 1 nei pressi della costa di Licata.
In sostanza, sostiene Greenpeace, i vertici ENI continuano ad ignorare i pericoli derivanti dalle loro attività: «Si tratta di un vero e proprio assedio da parte dell’ENI alla costa siciliana, senza che siano fornite adeguate garanzie – continua Monti – La compagnia continua a ripetere che non vi sono rischi, ma lo sversamento di oggi è l’ennesima dimostrazione che non ci si può fidare».
Spinto dalle organizzazioni ambientaliste, il presidente della Regione Siciliana Rosario Crocetta ha presentato formale opposizione alle ricerche di petrolio off-shore, cioè al largo delle coste; inoltre, ha promesso un tavolo tecnico sulle trivelle in mare. Conclude Giorgia Monti: «L’uso del petrolio, dalle estrazioni off-shore al trasporto alla sua raffinazione, rappresenta un pericolo per l’ambiente, la salute umana e le economie locali, che non possiamo permetterci. È responsabilità delle Regioni tutelare il proprio territorio di fronte agli interessi senza scrupoli delle compagnie petrolifere».


