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Petrolio in Adriatico: danni e pericoli

L’eco dell’arrivo di una piattaforma petrolifera nel mare tra Polignano e Monopoli, a sud di Bari, ha superato i confini della Puglia ed ha raggiunto scienziati ed esperti del settore, che hanno voluto dire la loro. E’ il caso della professoressa  italo-americana Maria Rita D’Orsogna, docente alla California State University a Northridge, Los Angeles, che giorni fa è intervenuta  all’affollato incontro “Petrolio in Adriatico – Danni e pericoli” organizzato dal Centro turistico Giovanile Egnatia.

<p>Maria Rita D'Orsogna </p>

Maria Rita D'Orsogna

A casa dei suoi genitori a Lanciano in Abruzzo per le vacanze di Natale, la prof.ssa D’Orsogna,  che nell’università statunitense insegna matematica applicata, è stata raggiunta su internet dall’eco dell’arrivo di una piattaforma petrolifera al largo tra Polignano a Mare e Monopoli.  Ha così deciso di dare il suo contributo sulle conseguenze irreversibili del pompaggio di greggio dal fondo dell’Adriatico sulla salute, sull’ambiente e sull’economia della Puglia in particolare, intervenendo alla riunione decisa dal comitato “No petrolio sì energie rinnovabili”, per informare i cittadini dei comuni rivieraschi.

«Sapevo di progetti di trivellare la dorsale adriatica perché è tutto scritto sui siti ministeriali – ci dice la professoressa D’Orsogna – da Venezia fino a Lecce, dalla Sardegna alla Sicilia, incluse zone uniche al mondo come Venezia, le isole Tremiti, Pantelleria. Un giorno mi sono imbattuta in una pagina facebook, dove si parlava della piattaforma di Monopoli. Ho scritto, ci siamo organizzati e ho proposto di venire a illustrare la problematica. Ho raccolto e diffuso tanto materiale per l’Abruzzo e mi sembrava utile diffondere la conoscenza anche in Puglia. Mi fa sempre molta rabbia che i cittadini siano gli ultimi a sapere di interventi più o meno funesti sui propri territori e che la classe politica spesso prenda in esame questi temi con molta leggerezza e in ritardo».

Maria Rita D’Orsogna fa anche parte di un consorzio interdisciplinare di docenti, per promuovere la sostenibilità ambientale. «Oltre che in Abruzzo e a Monopoli – continua la D’Orsogna -, sono anche stata a parlare, di persona o tramite videoconferenza, in Brianza, a Chioggia, in Basilicata, a Genova, dove hanno problemi simili. In fin dei conti, l’Italia è una sola e sta a noi italiani difenderla al meglio delle nostre possibilità».

piattaforma petrolifera

piattaforma petrolifera

Professoressa, entriamo subito nel tema dell’incontro: quali sono i danni che produrrebbero in Adriatico prima un’imbarcazione attrezzata con “airgun” per il sondaggio del fondale e poi la piattaforma per l’estrazione del greggio dal fondo?

«L’airgun è una tecnica di ispezione dei fondali marini, per capire cosa contiene il sottosuolo. Praticamente ci sono degli spari fortissimi e continui, ogni 5 o dieci minuti, di aria compressa che mandano onde riflesse da cui estrarre dati sulla composizione del sottosuolo. Spesso, però, questi spari sono dannosi al pescato, perché possono causare lesioni ai pesci, e soprattutto la perdita dell’udito. Questo è molto grave perché molte specie ittiche dipendono dal senso dell’udito per orientarsi, per accoppiarsi e per trovare cibo. Già in provincia di Foggia ci sono stati degli spiaggiamenti (i sette capodogli morti a Peschici   n.d.r. clicca qui per leggere l’articolo) che potrebbero essere dovuti a queste tecniche pericolose».

Polignano a Mare - veduta

Polignano a Mare - veduta

Il Governo ha autorizzato le ispezioni del fondale a venticinque chilometri dalla costa. Non è troppo vicino?

«Le estrazioni del greggio, a distanze cosi ravvicinate dalla costa, portano molti problemi. Innanzitutto, sia durante la trivellazione sia durante l’estrazione è necessario usare sostanze chimiche, tossiche, per coadiuvare il processo di scavo e di estrazione. É prassi comune lo sversamento in mare di questi cosiddetti fanghi e fluidi perforanti che possono essere trasportati dalle correnti marine per vari chilometri dal punto di emissione. Per di più le piattaforme fungono da punto di aggregazione per le specie ittiche che saranno più esposte agli inquinanti».

banco di pesci

banco di pesci

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Quindi, un altro dei rischi è che vicino alle piattaforme si potrà pescare pesce inquinato.

«Certo. Ad esempio uno studio federale americano condotto al largo del Texas mostrò forti concentrazioni di mercurio nei pesci. É vietato ancora adesso consumare alcune specie ittiche perché pericolose. C’e’ anche da notare che i pesci hanno la caratteristica del cosiddetto bioaccumulo, cioè non espellono le sostanze inquinanti dal loro corpo. Molto spesso sono più inquinati delle acque in cui vivono».

C’è anche il rischio, per esempio, che una piattaforma possa esplodere?

«C’e’ il possibile rischio di scoppio delle piattaforme, eventi rari ma che avrebbero effetti devastanti su tutto il litorale pugliese. Scoppi di piattaforme accadono abbastanza di frequente in tutto il mondo. Il più raccapricciante è quello della piattaforma australiana Montara, che è esplosa nell’agosto del 2009 e che per due mesi e mezzo ha tirato fuori petrolio in maniera incontrollata. Tutti i tentativi di fermarla sono falliti fino alla fine di novembre del 2009. Il flusso di petrolio è arrivato fino in Indonesia causando morie di pesci e intossicazione degli abitanti. Nella nostra Italia un pozzo ENI esplose nel 1994 a Trecate – in provincia di Novara – rendendo impraticabile un centinaio di chilometri quadrati dedito ad agricoltura, per molti anni».

Gli Stati Uniti hanno un limite dalla costa per l’estrazione del greggio?

«Per tutti questi motivi e poiché anche esteticamente le piattaforme petrolifere mal si sposano con turismo e immagine, negli Stati Uniti, ad eccezione del Texas, il limite per le trivelle in mare è di 160 km dalla costa. In Italia non esiste alcun limite».

Quanto tempo durerebbero i sondaggi sismici prima dell’installazione della piattaforma?

«Di solito le esplorazioni sismiche durano qualche settimana. Fra l’acquisizione dati e l’installazione di una piattaforma corre un tempo variabile, che dipende dalle intenzioni della ditta petrolifera, dai permessi rilasciati dal ministero e cosi via».

Il greggio del nostro Adriatico, è risaputo, è di bassa qualità. Qual è la sua opinione a proposito di questa multinazionale, la Northern Petroleum” che ne reclama lo sfruttamento?

«Esiste una scala di qualità del petrolio detta indice Api – American petroleum index – che arriva fino a 50 circa. Più alto è questo indice, maggiore è la qualità del petrolio. A Monopoli, da quanto si legge su comunicati della “Northern Petroleum”, l’indice Api dovrebbe essere attorno al grado 15. Il petrolio più scadente del mondo è in Canada con indice 8. Per cui, siamo proprio al fondo del barile. É lo stesso tipo di petrolio che si trova più o meno in Abruzzo e in Basilicata. Fa tutto parte più o meno dello stesso filone».

 

raffineria e depositi di petrolio

raffineria con annessi depositi di petrolio visti dall'alto

Alle operazioni di pompaggio si aggiungerebbe quella di pulitura del petrolio dallo zolfo.

«Questo petrolio è in genere amaro e pesante, cioè carico di impurità di vario genere e caratterizzato da molecole più lunghe di quelle con cui si fa la benzina, e in genere richiede lavorazioni più complesse del petrolio di miglior qualità, che è leggero e dolce. In particolare la presenza di zolfo e di gas sulfurei, fra cui l’idrogeno solforato, rende spesso necessaria la desolforazione in loco, come già accade a Viggiano, in Basilicata e come l’ENI voleva fare a Ortona, fra le vigne del “Montepulciano d’Abruzzo”. Questi impianti potrebbero anche essere messi sulle piattaforme in mare regalando al litorale pugliese strutture complete di fiammelle perenni da cui incenerire questo idrogeno solforato».

Il comitato “No petrolio si energie rinnovabili” ha reso noto la data per una giornata di mobilitazione generale il 23 gennaio prossimo, in piazza Vittorio Emanuele a Monopoli. È previsto il coinvolgimento dei cittadini con una raccolta di firme. A fianco del comitato scenderanno in piazza CISL, CGIL e LEGAMBIENTE. «É importantissima la partecipazione della cittadinanza – dice convinta la professoressa D’Orsogna -, che la gente sia informata e compatta contro la petrolizzazione dei mari pugliesi. Per molti versi questo è un processo irreversibile, nel senso che una volta installata, una piattaforma resta per almeno 20 – 30 anni e porta con sé il proliferare di altre infrastrutture petrolifere, di estrazione o di lavorazione. Sono i cittadini a dover esigere che i loro governanti prendano posizioni forti, inequivocabili e che ne siano interpreti presso le più alte autorità del Governo centrale. Non bisogna accettare compromessi, mezze misure. Turismo e petrolio non si conciliano e occorre inequivocabilmente scegliere quale delle due strade si vuole perseguire, con chiarezza e coraggio».

 


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