Pesca illegale di datteri e ricci: necessarie pene certe e più severe

Dopo il caso incredibile della pesca quotidiana di datteri nel Golfo di Napoli e dai faraglioni di Capri, l’on. Labbate propone un inasprimento delle sanzioni

La pesca dei frutti di mare come datteri e ricci devasta i fondali. È un dato di fatto e lo sanno tutti. In molte zone della Puglia, dove sono particolarmente apprezzati, i ricci sono quasi del tutto scomparsi sotto costa. C’è stato un tempo in cui i fondali ne erano pieni, si trovavano anche in acque basse e con la loro presenza rendevano viva l’area, vista la loro funzione di spazzini. Con la loro progressiva scomparsa a causa della pesca indiscriminata, la desolazione regna sui fondali e la catena alimentare dell’habitat è stata pressoché interrotta.

Per dare la possibilità alle colonie di ricci di proliferare, la legge impone la pesca solo in apnea senza attrezzatura e di un certo quantitativo giornaliero, 50 ricci a persona, e solo in alcuni periodi dell’anno, mentre a maggio e giugno è vietata. Inoltre, la taglia pescabile e commerciabile deve superare i 7 centimetri. Chi non rispetta la legge può incorrere in sanzioni amministrative e penali.

Per quanto riguarda i datteri di mare, la questione è un po’ diversa. Questi molluschi hanno un ciclo vitale molto lento. Per raggiungere una taglia commerciabile, circa 5 centimetri, ci vogliono almeno 30 anni.

Il dattero è un mollusco che si insinua nella roccia calcarea della scogliera, corrodendola. Crescendo, scava e occupa cunicoli profondi. Per poterli pescare, quindi, è necessario rompere la scogliera, con scalpello e martello. Una pratica che distrugge letteralmente gli scogli e l’habitat, rendendo impossibile la vita e minandone la stabilità fisica della scogliera. Per queste ragioni la pesca è vietata in tutta l’Unione europea dal 2006, mentre in Italia dal 1998. Ecco perché in questo caso le sanzioni sono molto elevate e c’è perfino l’arresto.

Il divieto di pesca del dattero di mare è disciplinato dal Decreto Legislativo n. 4 del gennaio 2012 che prevede una sanzione penale con arresto da due mesi a due anni e un’ammenda da 2.000 a 12.000 euro.

Ciò nonostante, i sequestri, le sanzioni e gli arresti continuano ad avvenire. Le forze dell’ordine, in particolare la Guardia Costiera ma anche la Guardia di Finanza, sequestrano ingenti quantità di ricci vivi, che vengono poi regolarmente rilasciati in mare, e datteri, che vengono poi distrutti. Periodicamente, in prossimità delle festività e delle belle giornate, è facile incontrare banchetti abusivi dove si vendono questi frutti del mare, senza alcuna autorizzazione e certificazione, pescati in maniera spesso illegale.

Sconcertante quanto accaduto in Campania, dove da tempo due gruppi criminali avevano messo in piedi un sistema che riforniva costantemente ristoratori e privati, anche clan malavitosi, di datteri pescati nel Golfo di Napoli e a Capri, persino nei famosi faraglioni, rischiando persino di minarne la stabilità.

Il giro d’affari illecito è molto grande e la richiesta è costante. Ecco perché ora potrebbe diventare una priorità del Governo intervenire per fermare il commercio illegale e salvaguardare le specie e gli habitat marini.

«L’Italia – ha detto il deputato Giuseppe L’Abbate, componente M5S della commissione Agricoltura della Camera – ha vietato la pesca del dattero sin dal 1998 mentre, dal 2006, il divieto è stato esteso a tutta l’Unione europea. Ora, però, è giunto il momento, non più rinviabile, di inasprire le pene per chi devasta l’habitat marino. I procedimenti penali, purtroppo, tendono a definirsi per motivi sociali verso l’ammenda più bassa pari ad appena 2.000 euro mentre le misure accessorie previste dalla norma non trovano pienamente applicazione, dato che le attività vengono svolte con piccoli battelli pneumatici da diporto di scarso valore e da persone non iscritte nei registri dei pescatori professionali. Presenterò – prosegue L’Abbate – un emendamento al Decreto-legge sui reati alimentari per aumentare il potere deterrente della norma e dare manforte al lavoro, egregio, delle Capitanerie di Porto che con controlli serrati hanno fatto sì che il fenomeno diminuisse nell’ultimo triennio».

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