Per spazzare quelle nuvole che separano dai Due Mari, il cielo.

Taranto 17 agosto, il corteo non autorizzato di studenti e cittadini

Taranto: una città che pretende giustizia, una città che nella partecipazione attiva sa di poter ritrovare la cura per ricostruire il suo futuro. La Rete della Conoscenza Puglia (Uds Puglia, Link Bari, Link Taranto, Link Foggia) e Udu Lecce sono due organismi studenteschi che raccolgono studenti delle scuole superiori e universitari della Puglia. C’erano anche loro alla manifestazione di venerdì 17 agosto a Taranto. Questo lo scenario che si è presentato il 17 agosto, in Piazza Immacolata a Taranto, insieme a un’analisi delle possibili soluzioni finora proposte per portare l’ILVA fuori dalla crisi.

Nella città delle nuvole, la voglia di mettersi in gioco per un riscatto sociale e la rivendicazione del diritto alla salute inizia a prendere forma. I volti di giovani e anziani, di bambini e mamme, di operai dell’ILVA e di altri lavoratori jonici si sono uniti e mescolati, ricordando i propri morti e dando voce a tutti quelli che nel silenzio e nell’indifferenza dell’azienda e delle istituzioni vivono il dramma delle malattie e dei tumori provocati dall’inquinamento.In questo panorama bisogna iniziare a prendere coscienza del fatto che la questione ambientale e lavorativa dell’ILVA a Taranto possa evolversi solo con il crescere della partecipazione e la coesione sociale tra la cittadinanza. La situazione tarantina impone a tutte le parti sociali, a tutti i cittadini e le cittadine, di avviare un processo di confronto e dialogo quanto mai cosciente e propositivo, in grado di creare un forte e compatto fronte sociale d’opposizione e di proposta.

Duemila persone, strette in un piccolo ed inadeguato spazio, raccolte intorno al palco di piazza Immacolata, per esprimere lo sdegno per come ancora una volta le discussioni che riguardano la loro vita, sono tenute nelle stanze di una prefettura, ignorando ancora del tutto il dolore ed i diritti di una città, fatta non di polveri, ma di persone in carne ed ossa. La stessa indignazione, che muove i passi per le strade della città tra sudore e rabbia, decide di riappropriarsene e far riconoscere il proprio ruolo. E’ così che si è generata la partecipazione, la capacità di saper aggregare attorno ad un disagio ed un’idea, superando i pregiudizi; generare la voglia di impegnarsi nella costruzione di un progetto collettivo e inclusivo, capace di convogliare soluzioni tecniche al servizio dei bisogni della cittadinanza.

È stato chiaro, fin dal 16 agosto, che prescrizioni e divieti, tesi ad impedire di manifestare non potevano essere rispettati; così un corteo convinto, ma mai violento, ha attraversato un piccolo tratto della città, avvicinandosi alla prefettura, sede dell’incontro tra i ministri, l’azienda e le istituzioni locali. Ancora una volta, nonostante la fugace attenzione dei media ufficiali, si è potuto assistere al dramma di una politica autoreferenziale che si chiude nei palazzi per portare avanti strategie perlomeno dubbie. Ed è proprio a quella piazza che i detentori del potere del sistema politico devono guardare. La partecipazione attiva tarantina, dopo anni di assenza e fallimenti della politica istituzionale, rinasce pacificamente, rinunciando alla sfiducia nei confronti del mondo e delle pratiche della politica, aggregando attorno a sé persone e realtà differenti, rimarcando l’eterogeneità delle identità, unite dalla stesso obiettivo di tutela del lavoro e della salute dell’intera comunità. Una piazza che ha avuto l’intelligenza e la maturità di non cadere nella trappola della “zona rossa”, che è riuscita a tutelare quello spazio di democrazia, rendendolo immune da qualsiasi attacco o atto di violenza esalvaguardarne la capacità di aggregazione e partecipazione.

La riapertura della procedura di rilascio dell’AIA, con la presunta volontà da parte dell’azienda di rispettare le prescrizioni dei provvedimenti giudiziari del GIP Todisco, può essere di certo un’evoluzione, laddove sostenuta dai fatti. Certo è che l’adeguarsi alle migliori tecnologie disponibili (Bat), non può essere intesa come una volontà benigna dell’azienda o un generico impegno di propaganda, bensì un obbligo imprescindibile, un’imposizione che, ad oggi, solo la magistratura è riuscita a determinare, mentre la politica fa orecchie da mercante, a vantaggio dei Riva e dei loro profitti. Ed è proprio questa l’evidente contraddizione che emerge tra il dover adottare le Bat e non voler attuare la copertura dei parchi minerari, dai quali le polveri rosse si sprigionano verso la città, continuando ad avvelenarla.

Le soluzioni tampone, già risultate fallimentari in altri contesti, proposte dai tavoli tecnici per bloccare le polveri (si veda la proposta dell’uso del gel) aprono troppe perplessità sul reale senso di tale proposta. Prendere ancora tempo a causa di una trattativa incapace di produrre risultati sensibili? Sarebbe bello dopo tanti anni, vedere il lavoro di commissioni ed istituzioni, essere indirizzato a soluzioni realmente efficaci; sarebbe bello vedere lo Stato usare la dovuta risolutezza anche nei confronti di aziende ed industriali pronti a tutto, pur di trarre profitto dal lavoro dei cittadini e delle cittadine, a maggior ragione quando da esse deriva il futuro di una popolazione.

E in questo si conviene con quanto denunciato dal “Comitato cittadini e lavoratori liberi e pensanti”. In quest’ottica, bisogna ribadire che gli interventi di “ambientalizzazione” dello stabilimento devono pesare sulle tasche dei Riva, a qualsiasi costo e in maniera complessiva e non parziale, come già affermato dal Segretario FIOM, Landini.

Infine deve avvenire un passo decisamente importante, la trasformazione del caso ILVA da una questione meramente tarantina, ad un pezzo del dibattito politico nazionale. Il movimento ne è stato già in grado, quando gli operai e la FIOM hanno portato alla ribalta la questione del lavoro (nel caso FIAT), come valore fondante di una società e come paradigma dei rapporti di forza nel nostro paese. Quella tarantina può essere la nuova occasione per rimettere al centro del dibattito in maniera prepotente i temi del lavoro e dell’ambiente, come connubio inscindibile per un’uscita dalla crisi virtuosa ed intelligente. Tocca alla maturità del movimento tarantino porsi come ponte delle lotte, di affacciarsi al mondo dei lavoratori anche nelle sue forme organizzate, provando a ritrovare la fiducia persa in anni di ingiustizie.

La possibilità di avviare un processo di riconversione ecologica dell’industria, ed al contempo una nuova fase di partecipazione e di avanzamento di diritti, che non metta in contrapposizione ambiente e lavoro, salute e occupazione, apre un altro dibattito: i ruoli della conoscenza e dei saperi, come strumenti d’innovazione ed emancipazione sociale. Non possiamo continuare ancora a pensare che la conoscenza tecnica sia sottomessa alle logiche del profitto di pochi, e non abbia le capacità e la volontà di migliorare la qualità della vita di tutte e tutti. Per questo è necessario recuperare e applicare quei saperi diffusi nella comunità locale, nelle scuole e nelle università che sono realmente orientate a soddisfare i bisogni materiali della cittadinanza. C’è bisogno di un nuovo paradigma di sviluppo dove la conoscenza, libera dalle costrizioni del neoliberismo, sia volano di una rigenerazione della società. Per farlo, è necessario mettere in campo un processo di ripubblicizzazione dei saperi che coinvolga tutti gli ambiti della società, della produzione, dell’economia e della vita delle persone. La conoscenza, infatti, intesa come strumento collettivo, è capace di concorrere in maniera centrale per il miglioramento delle condizioni sociali, specie di quella cittadinanza che è stata vittima dei ricatti del padronato e costretta a respirare i veleni di un modello di produzione oppressivo e dispotico.

Taranto 17 agosto, un momento della manifestazione

Tornando a Taranto, solo, in questo modo, la comunità potrà trovare un punto di svolta, attraverso la costruzione condivisa di proposte che mettono al centro il tema della giustizia ambientale e sociale: cosa e come produrre, in maniera integrata agli altri settori lavorativi della città, che devono essere necessariamente rivalorizzati. Taranto non può continuare a vivere solo di industrie e cantieri navali. E’ necessario, pertanto, lavorare per creare alternative economiche valide.

La presenza del polo universitario jonico (così come di tutto il mondo universitario in Puglia) rappresenta l’opportunità reale per mettere i saperi al servizio della comunità.

La città che oggi tutte e tutti vogliamo è quella che parli di ambiente e lavoro sicuri e stabili per tutti e tutte; quella in cui la società sa riappropriarsi di quella politica in grado di essere al servizio della comunità.

Per spazzare quelle nuvole che separano dai Due Mari, il cielo.

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