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Per i geologi, prevenire è meglio che curare

Nessuna sorpresa. Il rapporto annuale dei geologi italiani sullo stato di salute del territorio nazionale parla chiaro e racconta di un Paese ad elevato rischio idrogeologico: 223mila frane attive nel Paese, sulle 485mila censite che colpiscono un’area di circa 21mila chilometri quadrati, pari al 6,9% del suolo nazionale.

<p>ripamolisani (CB) </p>

ripamolisani (CB)

L’82%, ossia 6.600 Comuni italiani, in zone di elevata criticità. Negli ultimi 80 anni, 17mila eventi tra frane e alluvioni, con oltre 100mila persone coinvolte e danni stimati per oltre 25 miliardi di euro. Il 100% dei Comuni a rischio in regioni come la Valle d’Aosta, l’Umbria, il Molise, la Calabria e la Basilicata. Non c’è di che star sereni. In una sola parola non resta che far prevenzione.

Nell’ultimo Forum nazionale sul dissesto idrogeologico Le frane in casa svoltosi a Roma, il Consiglio Nazionale e gli Ordini regionali dei geologi hanno infatti richiesto con forza che venga abbandonata quella che chiamano “la politica del cerotto”, basata su interventi a disastro già avvenuto. Emergenze che superano il miliardo di euro ogni anno, una cifra che per la collettività fa risultare l’esborso per le riparazioni in media di 10 volte maggiore allo stanziamento necessario per prevenire i disastri.

 

<p>Val Venosta (BZ) - frana</p>

Val Venosta (BZ) - frana

Geologi che hanno avanzato proposte attive. Dal destinare il 20% della spesa alle emergenze allo stringere un patto di stabilità territoriale in cui le amministrazioni accantonino un 20% del proprio bilancio da spendersi in prevenzione. Come anche promuovere la figura del “geografo di distretto” e regolare con una quota del 25% di presenza la parte di geologi all’interno del Consiglio Superiore dei lavori Pubblici, ora che vi siede solo un geologo su 102 membri che ve fanno parte. E ancora, istituire una sorta di “fascicolo del fabbricato”, un documento grazie al quale si possa ricostruire la storia di ogni singolo edificio e grazie al quale avrebbero forse pace anche le vittime della Casa dello Studente dell’Aquila.

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<p>l'Aquila - casa dello studente dopo il terremoto</p>

l'Aquila - la Casa dello studente distrutta dal terremoto

Il rischio di frane e alluvioni è secondo in Italia solo a quello dei terremoti. Ed è un problema di priorità che non dettano gli Ordini professionali ma l’evidenza e la quotidianità, come testimoniano le drammatiche vicende di Giampilieri, Soverato, Scaletta Zanclea, Sarno e Quindici, Maierato… Descrivendo questo fenomeno di dissesto idrogeologico ad elevatissimo impatto sociale ed economico, l’uomo si scopre quasi sempre vittima, ma anche spesso artefice o concausa. Al bando la buona fede, i geologi hanno quindi spiattellato il dati della loro scienza della terra.

<p>Centro Ricerche Economiche e Sociali di Mercato per l'Edilizia e il Territorio</p>

Centro Ricerche Economiche e Sociali di Mercato per l'Edilizia e il Territorio

Un tasso di urbanizzazione registrato nelle regioni italiane che risulta essere del 300%, il che vale a dire che la soglia di vulnerabilità del suolo è triplicata. Studi elaborati nei Piani regionali per l’assetto idrogeologico e sulle mappe del CRESME (Centro Ricerche Economiche e Sociali di Mercato per l’Edilizia e il Territorio), che rivelano come nello scorso anno oltre 3mila scuole e 89 ospedali risultassero costruiti in zone di elevata pericolosità (soprattutto nel comprensorio di Napoli). Quasi dimentichi che circa 9mila località, ossia oltre il 25%, è stato colpito per più di una volta da frane. Una percentuale che sale al 40% qualora si parli di alluvioni. Un paese con un terreno in costante movimento e per questo colpito più volte. Dalla natura e dall’incuria.

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