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Pasolini, un profeta del degrado del paesaggio

9 dicembre 1973 sul Corriere della Sera Pier PaoloPasolini scrive «Il fascismo, voglio ripeterlo, non è stato sostanzialmente in grado nemmeno di scalfire l’anima del popolo italiano: il nuovo fascismo, attraverso i nuovi mezzi di comunicazione e di informazione (specie appunto la televisione), non solo l’ha scalfita, ma l’ha lacerata, violata, bruttata per sempre…» Nell’autunno di quell’anno realizza per la RAI il film Pasolini…e la forma della città al termine del quale anticipa la denuncia della deturpazione del paesaggio naturale, urbano e sociale determinato dal capitalismo dei consumi e dell’informazione, mostruoso devastante Potere.

Il film girato da Pasolini "La Forma della Città", inizia con una veduta panoramica della città Orte

Nelle opere di Pasolini i paesaggi naturali e urbani d’Italia sono condensati in descrizioni evocative, inquadrature lente e impietose, storie individuali e collettive. Si pensi ai poemetti de Le ceneri di Gramsci: L’Appennino (“Umana la luna da queste pietre raggelate trae un calore di alte passioni…”) – Il canto popolare (“Un grande concerto di scalpelli sul Campidoglio, sul nuovo Appennino, sui Comuni sbiancati dalle Alpi, suona, giganteggiando il travertino nel nuovo spazio…”). Si pensi alle periferie romane di Accattone, Mamma Roma, Uccellacci e uccellini.

Si pensi al romanzo Il sogno di una cosa: storia friulana di giovani che vivono la povertà delle origini contadine (alcuni fuggono nella Jugoslavia comunista rimanendone disperatamente delusi), le lotte contadine ai tempi del Lodo De Gasperi; e ancora il lavoro in fabbrica e le tragedie degli incidenti sul posto di lavoro, diventando così da contadini operai…ma vivono anche l’amicizia, l’amore, la sessualità come ambiente umano e naturale insieme. Una grande ricostruzione sociologica e ideologica, ma anche una attenta ricostruzione linguistica e paesaggistica di quel mondo contadino lungo le rive del Tagliamento, nei paesi di Rosa, Gruaro, Casarsa.

Raffinato conoscitore della storia dell’arte, poeta e intellettuale autentico, Pasolini riconosce nella storia e nella lingua dei popoli d’Italia, negli ambienti naturali e urbani testimoni di secoli di vita e di vite, la ricchezza della nostra identità nazionale e il baluardo da opporre ai modelli imposti dal capitalismo dei consumi che “disumanizza” persone e cose, azzera le capacità critiche e impone “faziosa passività e atroce afasia”(Il genocidio in Scritti corsari).

E c’è anche un altro ambiente che Pasolini considera irrinunciabile: quello degli occhi del proprio interlocutore. Lo dichiara nel film sulla forma della città (il bisogno di rivolgersi a un tu in carne e ossa e non all’anonimo pubblico televisivo). Lo afferma nel “Manifesto per un nuovo teatro” (1968) in cui propone un teatro dove il testo e gli attori siano di fronte al pubblico, interlocutori che si guardano negli occhi a garanzia di una reale democraticità, anche scenica.

E a trentasei anni dalla morte restano attuali le parole di Alessandro Panagulis inA P.P. Pasolini(1975)

…Mentre le religioni cambiano faccia

e le ideologie diventano religioni

e molti vestono i paraocchi di nuovo

tu non dovevi andar via.

Per Paolo Pasolini

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