Parco della Rinascita a Bari, l’arte per una memoria viva della Fibronit

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Allo Spazio Murat a Bari, i partecipanti al workshop “Fibronit. Il passato delle morti, il futuro della lotta” (credits Gianluca Pisicchio, Spore.media)

Un workshop appena concluso, una mostra a partire dal 20 ottobre, tengono viva a Bari l’attenzione sulla questione amianto e sui suoi rischi ancora altissimi per la salute. L’artista visiva Gea Casolaro racconta l’esperienza che coinvolge alcuni studenti dell’Accademia di belle arti di Bari: “Coinvolgere le giovani generazioni e renderle attente al problema dell’amianto”

 

Tenere viva la memoria e trasformarla in uno stimolo costante a mantenere alta la guardia su questioni come la salute, l’ambiente, la sicurezza sul posto di lavoro, lo spirito di comunità. E’ questa la mission che anima da anni  il lavoro di Gea Casolaro, un’artista che vive tra Roma e Parigi legando gran parte della sua produzione alla denuncia dei danni irreversibili provocati dall’amianto  e che ha portato proprio nella città che è stata sede della Fibronit, in un workshop con 15 studenti in gran parte studenti dell’Accademia  di Belle Arti  di Bari, l’impegno a trovare strategie artistiche capaci di informare sui pericoli dell’amianto e promuovere la bonifica totale delle oltre 30mila tonnellate di fibra killer ancora presenti in Italia.

Il workshop è solo il primo capitolo di un più ampio progetto, “Tutto è sempre adesso”, a cura di Anna D’Elia – docente all’Accademia di Belle Arti di Bari e critica d’arte –  che, dal 20 ottobre al 19 novembre, lo Spazio Murat di Bari dedica a Gea Casolaro – in collaborazione con The Gallery Apart. In tale occasione saranno esposte alcune delle opere prodotte dai partecipanti del workshop, insieme alle opere di Gea Casolaro.  Ambient&Ambienti l’ha incontrata.

Gea Casolaro:  l’arte per parlare della società

Gea Casolaro, ci parli un po’ di lei.

Sono un’artista visiva. Lavoro nell’arte da oltre venticinque anni e spesso i miei lavori vogliono stimolare il pubblico ad una riflessione che punta a una tematica sociale, politica, legata al mondo del lavoro. I miei due lavori più recenti hanno ad esempio affrontato il problema della migrazione: quindi degli occhi con cui guardiamo – o non guardiamo – chi fugge dal suo paese.

Quali sono gli strumenti di cui si serve per portare avanti le sue tematiche?

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“Mare Magnum Nostrum” installazione, Museo Nazionale di Ravenna (Foto Francesco Rucci)

Io uso vari media, quindi fotografia, video, installazioni e soprattutto un lavoro di arte partecipativa o relazionale, come viene chiamata, in cui il coinvolgimento del pubblico o di gruppi più specifici di persone è il tratto fondante. Faccio un esempio. Per il Museo Nazionale di Ravenna ho realizzato un lavoro dal titolo  Mare Magnum Nostrum. Il lavoro era diviso in due fasi: la prima è durata un anno e consisteva nell’allestimento di un sito internet che raccogliesse le foto di tutte le persone che volevano partecipare con immagini sul Mediterraneo, da qualunque punto di vista. Abbiamo avuto naturalmente foto di queste vacanze ma anche risalenti al ‘900,  foto di  gente impegnata nella pulizia delle spiagge o al lavoro  nei cantieri navali, pescatori, anche immagini dei salvataggi in mare da parte della Ocean Viking di SOS Méditerranée e lavori di fotografi professionisti che si sono occupati di servizi sui migranti, anche alcune foto delle cerimonie di commemorazione del naufragio nelle acque di Lampedusa. Proprio questo grande naufragio del 3 ottobre 2013  in qualche modo è stato per me il punto di partenza di questo progetto.

La seconda fase del lavoro è un’istallazione permanente al Museo Nazionale di Ravenna ed è è una stanza costruita appositamente, sulle cui pareti è disegnato il bacino del Mediterraneo con le terre emerse  dipinte in bianco senza confini, e il mare dipinto d’azzurro. Entrando in questa stanza ci si sente in mezzo al Mediterraneo, spaesati, ed era proprio questo che volevo comunicare, sentirsi non ognuno sulla propria riva ma in un mare che ci unisce più che dividere.

Fibronit, oltre il ricordo la consapevolezza

Parliamo di questo workshop. Come nasce questa collaborazione con Bari e con l’Accademia di Belle Arti?

La curatrice di questo progetto Anna D’Elia e Giusy Ottonelli (founder della società The Hub Bari, soggetto gestore di Spazio Murat, n.d.r.) mi hanno invitata a realizzare una mostra a Bari facendola precedere da un workshop. L’obiettivo è di costruire una relazione con le nuove generazioni per una riflessione che va oltre la realtà locale.

Non è un caso allora che il titolo del il workshop sia “Fibronit. Il passato delle morti, il futuro della lotta”…

L’amianto con le sue conseguenze è diventato parte integrante del mio lavoro da quando nel  2016 vinsi il bando del Comune di Casale Monferrato  “Arte pubblica per il parco Eternot”. Lì, dove c’era la fabbrica Eternit è stato costruito il Parco Eternot, dove il “not” sta a sottolineare il rifiuto dell’amianto. Il mio progetto era un vivaio diffuso, il vivaio Eternot, un monumento alle vittime dell’amianto, ma al tempo stesso un monumento attivo perché è fatto di piante diverse. Ed è vivo perché ci sono dei volontari e associazioni che se ne occupano. La volontà mia e dell’Amministrazione era cioè quella di non fare soltanto un monumento commemorativo, ma di trasformare in qualche modo questo ricordo dei morti in un esempio di lotta, perché di amianto non si muoia mai più. La mia idea è stata poi quella di creare il Premio “Vivaio Eternot”  anche pensando al premio Luisa Minazzi – Ambientalista dell’anno (un’attivista di Casale Monferrato morta di mesotelioma a 57 anni, n.d.r.) ma con una attenzione specifica per la lotta all’amianto. Al vincitore del premio, che viene assegnato il 28 aprile in occasione della Giornata mondiale delle vittime dell’amianto,  viene regalata una pianta,  l’ “albero dei fazzoletti”.

L’amianto non è sparito

Un premio che è arrivato due volte a Bari, la prima nel 2017 conferito alla memoria di Maria Maugeri e ritirato dalla Consulta all’Ambiente, la seconda quest’anno conferito al Comitato cittadino Fibronit.  Perché proprio questa pianta?

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Il primo momento del Workshop è stato il sopralluogo sull’area dove sorgeva la Fibronit e dove sorgerà il Parco della Rinascita

La particolarità di questo premio è che come un tempo partiva da quel sito la fibra di amianto, oggi parte una pianta che va a “segnare” il luogo dove si fa qualcosa di concreto per l’ambiente andando a creare un giardino diffuso. Quando in occasione della premiazione di quest’anno sono stata invitata a tenere questo workshop a Bari, mi sembrava interessante continuare a coinvolgere le giovani generazioni e renderle attente al problema dell’amianto. Dobbiamo tenere un’attenzione molto viva e vigilare, è un problema che ci coinvolge tutti perché a molti di noi capita di avere a che fare con qualche struttura che contiene amianto. L’amianto non è assolutamente un problema del passato, anzi, solo in Italia sono stimate tra 35mila e 50mila tonnellate di fibra ancora presenti, senza contare che ci sono ancora tanti paesi nel mondo che lo producono, come il Brasile, il Sudafrica o la Russia.

Qual è l’azione più importante da fare secondo lei?

Dobbiamo fare in modo che la bonifica venga attuata seriamente. Il Comune di Casale Monferrato ad esempio, partecipa attivamente ed economicamente in modo massiccio alla bonifica un capannone, di una stalla, dei cassoni dell’acqua, insomma dei beni dei privati cittadini, che è un’operazione molto costosa. Un altro problema su cui vigilare è quello delle ecomafie, che si prendono il compito di smaltire illecitamente a caro prezzo i rifiuti, interrandoli o buttandoli nei fiumi.

Dagli studenti la voglia di capire e agire

Torniamo al workshop. Cosa avete fatto in questi giorni?

Il primo giorno siamo andati sul sito della Fibronit, poi siamo tornati nello Spazio Murat per discutere su un testo di Bertolt Brecht, Cinque difficoltà per chi scrive la verità. Questo perché è difficile non solo trovare e voler diffondere la verità, ma anche avere il coraggio ed escogitare le astuzie per farla venir fuori, trovando anche le persone che possano a loro volta diffonderla. Poi abbiamo lavorato sulle parole scaturite da sensazioni, emozioni, pensieri che il sito della Fibronit e più in generale la questione dell’amianto provocavano. Abbiamo così raccolto 69 parole con cui abbiamo costruito una specie di diagramma di assi cartesiani: uno di questi partiva dalla memoria e andava al futuro, passando per parole come inconsapevolezza, ignoranza, ingenuità. Al centro gli studenti hanno posto il binomio morte/vita, accompagnato dalla parola istruzione, necessaria per costruire la società, per passare alle nuove generazioni per costruire il futuro. Nell’altro asse si partiva dalla parola amianto, continuando con profitto, sfruttamento dei lavoratori, per arrivare via via alla politica, quindi alla consapevolezza del mondo del lavoro, alla richiesta di giustizia  e di leggi per la sicurezza e concludere con le persone. Quindi l’obiettivo finale è quello di arrivare alle persone, per costruire il futuro. Le altre parole chiave erano rete, consapevolezza, unione. Quindi una solidarietà che si deve creare, per cui non si lasciano soli i lavoratori, ma tutti insieme dobbiamo prenderci la responsabilità della cosa pubblica.

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Gea Casolaro tra gli studenti del Workshop (credits Gianluca Pisicchio, Spore.media)

Come le sono sembrati i ragazzi?

Molto interessati e attivi. Per la maggior parte di loro è stato il primo approccio al tema amianto perché per loro è una storia del passato, fino a che non si sono trovati faccia a faccia con manufatti in amianto, magari vicino alle loro case, come è accaduto a una partecipante al progetto.

Cosa stanno producendo gli studenti?

In questa fase una serie di bozzetti e di progetti che vorrebbero fossero installati nel parco. Perché loro li stanno veramente pensando per quel parco. In questo senso la visita al sito è stata importante perché hanno capito che il futuro Parco della Rinascita è qualcosa di reale che li coinvolge nella loro partecipazione al territorio e li sta spingendo ad aprire un dialogo in questo sito non solo per ricordare le vittime e vigilare sul passato, ma anche per continuare a restare all’erta sul problema e in generale sulla questione delle morti sul lavoro.

 I bozzetti verranno installati nel futuro parco?

Questo lo deve chiedere al sindaco! (ride) Intanto potranno essere visibili il 20 ottobre  quando sarà inaugurata la mostra allo Spazio Murat.  Ovviamente la nostra speranza è che poi vengano realizzati, e li esponiamo proprio perché speriamo che ci sia la sensibilità anche degli amministratori cittadini, che abbiamo visto molto interessati.

Come comunicare l’impegno civile?

Parliamo dei nuovi linguaggi per comunicare il tema della cittadinanza attiva e della partecipazione. Quali possono essere, secondo lei, le forme più idonee per coinvolgere soprattutto i giovani in un discorso di responsabilizzazione, oltre che sensibilizzazione?

Questo workshop secondo me è un esempio. Racconto un episodio: una ragazza che vuole fare un lavoro relazionale con gli abitanti dei quartieri mi ha detto che è entrata in contatto con un ex operaio della fabbrica grazie a un suo amico che ne aveva a sua volta parlato a un amico. Un fatto lontano è così diventato improvvisamente molto vicino grazie a un rapporto, un’amicizia, e grazie a questo workshop ha creato una coscienza maggiore che  si è allargato a macchia d’olio.

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Un gruppo di 69 parole per provare a raccontare come passare dal ricordo alla lotta (credits Gianluca Pisicchio, Spore.media)

Faccio anche un esempio che mi riguarda. Fino al 2016 mi interessavo relativamente al tema dell’amianto. Quando partecipai al bando di Casale Monferrato che poi ho vinto, cominciai  a leggere libri, articoli che ormai sono diventata in piccola parte di quella battaglia. Era qualcosa che non conoscevo e che invece continuo a portare avanti. E questo workshop rientra in questa idea. Quindi portare avanti una battaglia vuol dire cercare di coinvolgere sempre più persone in un’idea attiva.

Ritiene che anche la diffusione di immagini dei luoghi o degli effetti dell’esposizione all’amianto possa essere un utile strumento per diffondere la conoscenza e la sensibilizzazione su queste tematiche?

E’ molto difficile usare quelle immagini proprio per questa invisibilità dell’amianto: infatti, una delle parole chiave che uscita nel workshop era proprio il binomio visibile/invisibile. Ma l’arte sì, può fare qualcosa. Il premio Vivaio Eternot ha premiato registi, sceneggiatori dei film, canzoni, gruppi di volontariato, giornalisti, medici, legislatori, realtà molto diverse che si occupano dell’amianto, e appunto, forme artistiche. Perché quello dell’arte è un linguaggio che magari può arrivare a un pubblico meno attento nello specifico a un problema ambientale. L’arte permette di parlare poeticamente a tutti. Le persone si informano poco, però magari si incontrano in un parco e vedono un’opera d’arte che parla di qualcosa, si incuriosiscono e vengono coinvolti, anche a livello emotivo.

“La poesia supera la morte”

La poesia, poi, è qualcosa che può andare oltre la morte. Sul fianco del vivaio Eternot ho scritto questa frase: “I fazzoletti intrisi delle nostre lacrime metteranno le ali e voleranno lontano per sviluppare profonde radici di giustizia”. Perché effettivamente nella lotta portata avanti da Casale Monferrato in tutti questi anni di processi che ancora vanno avanti, – perché a Casale si continua a morire, ci sono circa ancora almeno 50 morti l’anno – è molto importante, secondo me questa forma poetica, questo trasformare il dolore delle perdite in un coinvolgimento più grande, per far sì che tutti ci occupiamo di questa cosa e per una lotta condivisa, anche se non ci tocca in prima persona.

Io penso che tutte le lotte vadano portate avanti insieme, perché se ogni comunità lotta da sola non ce la farà mai. E invece la lotta per i diritti è una lotta unica,  quali che siano i diritti, diritti di genere, i diritti alla terra, a non subire la fame, i diritti delle donne in Iran, i diritti sulla sicurezza sul lavoro. Abbiamo ancora quattro morti per lavoro al giorno! Quindi più costruiamo una consapevolezza di quanto tutti insieme dobbiamo occuparci dei diritti, qualunque sia nello specifico la nostra battaglia personale, più dobbiamo unirci a tutte le battaglie personali dei singoli gruppi. E’ una sorta di onda, un’eco di consapevolezza, e proprio eco è una tra le parole emerse durante il workshop.

 Mi può dare qualche anticipazione sui progetti che saranno esposti il 20 ottobre?

Sono progetti pensati per il Parco e che coinvolgono tutti i cinque sensi. Ovviamente ce ne sono diversi che pensano ad una forma arborea come quello di Donato, che vuole creare delle onde di semi di chia che poi germineranno, e ha scelto proprio la chia perché è considerata una pianta curativa.  Desirèe vuole fare una sorta di casa sull’albero che permetta di avere uno sguardo dall’alto sulla memoria, ma anche su quello che è e sul futuro del parco che si evolve. Sofia sta pensando di costruire delle sorte di casette rifugio circondate da piante dove ci si può sedere a raccogliersi a riflettere. Giulia vuole fare un percorso sonoro di testimonianze e sta cercando di entrare in contatto con le associazioni di familiari e con il Comitato cittadino Fibronit per raccogliere queste testimonianze. Angela vuole coinvolgere gli abitanti dei palazzi che si affacciano sul perimetro del parco chiedendo a ognuno di mandare una foto dal suo balcone, per ricostruire la visione di un luogo su cui in passato non ci si poteva affacciare perché si rischiava di inalare amianto, mentre l’idea di riaprire le finestre è aprire uno sguardo collettivo sul parco, quindi un “tenerlo d’occhio”. Natalia vuole fare un disegno con delle luci colorate per cui sia di giorno che di notte, c’è questa sorta di memoria, di ricordo anche delle vittime, che però prende luce ma dà anche luce e illumina così il nostro percorso di vita.

 

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