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Otranto, l’Unesco e il territorio. Intervista al sindaco Cariddi

Cosa significa per la città e per l’intero territorio il riconoscimento del Club Unesco “Borgo antico di Otranto, messaggero di pace”?E’ il risultato di un’azione di tutela del territorio e di solidarietà pluriennale?

 Questo riconoscimento è certamente un attestato di una storia cittadina fatta di luoghi , persone, una comunità che da sempre, obbligata anche da ragioni geografiche, è sì terra-ponte tra due sponde del canale d’Otranto ma di fatto tra mondi diversi, culture, religioni, incontratesi sulle nostre coste e che hanno dovuto dialogare; e dialogando hanno capito che il confronto probabilmente è la strada giusta per una convivenza pacifica in un’area vasta come il Mediterraneo. Quello dell’Unesco è un attestato alla comunità , alla sua cultura, alla sua vocazione verso l’altro, anche nei momenti più tragici che la storia ci ha consegnato. Otranto ha sempre saputo accogliere, perdonare e rinnovare questo abbraccio verso quanti hanno bussato alle nostre sponde. Il riconoscimento dell’Unesco guarda anche al borgo antico perché il borgo, così ben tutelato dal punto di vista delle architetture e dei monumenti, è un testimone visibile della storia che si è presentata su questi territori, la prova fisica del passaggio e l’influenza delle varie culture che si sono poi incontrate a Otranto.

veduta di Otranto dal bastione dei Pelasgi

E’ una coincidenza la riapertura in queste settimane del centro di accoglienza profughi “Don Tonino Bello” ?

Luciano Cariddi, sindaco di Otranto

Non eravamo preparati a questa emergenza, perché il 31 dicembre 2005, dal momento che non c’erano più sbarchi, si era di fatto chiusa questa esperienza con la chiusura del centro. Oggi non riapriamo un centro convenzionato, di accoglienza o detenzione o richiesta asilo politico; semplicemente riapriamo il “Don Tonino Bello” come base logistica di primissima accoglienza, per dare quel minimo di ristoro e, se occorrono, cure sanitarie di base a quanti arrivano sulle nostre coste per essere poi indirizzati ad altri centri. Perciò nelle primissime attività di riconoscimento che sono affidate alle forze dell’ordine che trovano questi profughi, abbiamo dato la nostra disponibilità, come d’altronde è sempre stato storicamente.

Ricordo quanto accadeva nel ’91 tra le famiglie otrantine, quando i profughi provenienti dall’Albania venivano quasi adottati (alcuni hanno vissuto a Otranto in famiglia anche per anni) e, siccome non c’era un sistema organizzato di accoglienza, di fatto la città lo improvvisava in questo modo. Oggi la provenienza è diversa, Iran, Kurdistan, Afghanistan, ma i problemi che li spingono verso le nostre coste sono gli stessi.

clandestini a bordo di una scialuppa in mare aperto

clandestini a bordo di una scialuppa in mare aperto

Noi ci siamo anche candidati per un progetto da attuare sui fondi ARCUS (I fondi Arcus, la Società per lo sviluppo dell’arte, della cultura e dello spettacolo il cui capitale sociale è interamente sottoscritto dal Ministero dell’Economia e la cui operatività aziendale deriva dai programmi di indirizzo che sono oggetto dei decreti annuali adottati dal ministro per i Beni e le Attività Culturali di concerto con il ministro delle Infrastrutture, prevedono che il 50% andrà a interventi di sostegno e di riqualificazione dei patrimonio culturale; il 30 % per interventi dì ripristino e tutela paesaggistica; il 20% per attività culturali e dello spettacolo. Si tratta di uno stanziamento che ammonta, per il triennio 2010-2012, a 100 milioni 330mila euro, n.d.r.). Questo progetto guarda ad Otranto come “città della speranza”, cioè quel luogo in cui si è dimostrato concretamente che si può convivere pacificamente anche provenendo da diverse culture ma soprattutto praticando diverse religioni. D’altronde qui a Otranto vivono ortodossi, cristiani; c’era qui un’importante colonia di ebrei e questo dimostra come da questa città possa anche venire un messaggio contro le persecuzioni religiose. Dare un messaggio di “comune appartenenza” a prescindere dal credo religioso, penso possa essere un messaggio forte ed è giusto che si possa creare una rete. Ci sono tante esperienze simili: penso alla rete delle “città storiche del mediterraneo”, cui apparteniamo. C’è la rete delle “città della pace”: credo si possa affiancare una rete di “città della speranza”.

Ci sono progetti specifici o è solo un’idea?

Per ora è ancora un’idea progettuale cui ci siamo candidati. Se poi dovesse essere finanziato, ovviamente dovremo coinvolgere molti più soggetti. Per il momento Provincia e Comune hanno realizzato un protocollo di intesa e quindi si sono candidate a queste risorse. Dopodiché sarà importante sentire la chiesa otrantina, il mondo dell’associazionismo, e coinvolgere le istituzioni non solo locali: il Ministero dell’Interno col sottosegretario Mantovano è molto attento e ci sta seguendo su questa progettualità; ci auguriamo che ci sostenga anche l’europarlamentare on. Baldassarre, che spesso ha parlato della necessità di fare di Otranto una città-simbolo nell’area mediterranea. Questo significherebbe aprire nuovi scenari non solo commerciali, ma anche, anzi soprattutto, legati agli sviluppi della politica internazionale.

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